{"id":3818,"date":"2018-11-20T15:41:43","date_gmt":"2018-11-20T15:41:43","guid":{"rendered":"https:\/\/www.scuoladiliberalismo.it\/?p=3818"},"modified":"2018-11-20T15:54:25","modified_gmt":"2018-11-20T15:54:25","slug":"michele-delia-tre-liberali-italiani-del-900valitutti-giomo-e-sasso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.scuoladiliberalismo.it\/homepage\/michele-delia-tre-liberali-italiani-del-900valitutti-giomo-e-sasso\/","title":{"rendered":"MICHELE D\u2019ELIA &#8211; Tre liberali italiani del \u2018900:Valitutti, Giomo e Sasso"},"content":{"rendered":"<p><em>Lezione della Scuola di Liberalismo di Milano &#8211; 22 aprile 2002<\/em><\/p>\n<p><strong>Salvatore Valitutti (1907-1992)<\/strong><\/p>\n<p>\u201cLa riforma intellettuale e morale degli italiani\u201d (Francesco De Sanctis, Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d\u2019Italia nel 1861) fu\u00a0il concetto al quale si ispir\u00f2 Valitutti.\u00a0Da sempre il Partito Liberale Italiano e, pi\u00f9 in generale, i liberali, riconoscono il posto d\u2019onore alla scuola ed alla cultura, perch\u00e9 sono il fondamento di ogni libert\u00e0, prima fra tutte la libert\u00e0 di pensiero. Salvatore Valitutti ha illustrato questo nostro carattere, con la parola, con gli scritti e con l\u2019azione, accanto a Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Gaetano Martino, Alberto Giomo, Guido Sasso e Vittorio Enzo Alfieri. Se un liberale conosciamo come \u201cuomo di scuola\u201d, questi \u00e8 Salvatore Valitutti.<br \/>\nDel pianeta scuola, spesso ignoto nella sua interezza anche a chi ci lavora, egli sapeva praticamente tutto, perch\u00e9 vi aveva ricoperto incarichi e funzioni: da Provveditore agli studi di Mantova (nominato da Giuseppe Bottai) a Rettore dell\u2019Universit\u00e0 per stranieri di Perugia, da Sottosegretario a Ministro della Pubblica Istruzione. Di pari passo procedeva l\u2019impegno politico nel PLI per la scuola: sempre responsabile dell\u2019Ufficio Scuola, ne tracci\u00f2 il carattere, tanto da renderlo un luogo di riferimento anche per gli altri partiti.<\/p>\n<p>La riforma della secondaria lo trov\u00f2 strenuo oppositore, tanto da definirla, cos\u00ec come concepita, Una riforma impossibile, che \u00e8 anche il titolo del libro in cui ne tratta, edito da L\u2019Opinione nel gennaio del 1983. \u00c8 un libro bianco, annunciato nel luglio dell\u201982, in occasione del voto contrario del PLI al progetto di riforma della secondaria, che si and\u00f2 arricchendo di vari contributi, che richiamavano \u2013 gi\u00e0 allora \u2013 anche la necessit\u00e0 di riformare il Ministero della Pubblica Istruzione.<\/p>\n<p>A pag. 46 del volume (che \u00e8 anche la storia travagliata della Riforma, dal Convegno di Frascati del maggio 1970 sino al 1983) viene illustrato un concetto generale, che spiega senza saperlo n\u00e9 volerlo, anche i limiti della riforma dei cicli voluta vent\u2019anni dopo dal Ministro Berlinguer: \u201cQuando si suddivide una scuola unitaria (vedasi la pdl liberale a firma Malagodi del 31.5.1984) in aree e poi si suddividono le aree in indirizzi come fa il presente progetto (n. 120\/A) \u00e8 inevitabile cadere in un certo grado di arbitrariet\u00e0. Perch\u00e9 4 aree e non 3 o 5? Perch\u00e9 16 indirizzi e non 15?&#8230; Con ci\u00f2 non si vuole rifiutare l\u2019atteggiamento empirico, bens\u00ec ammonire il ricercatore dell\u2019assoluto a tener ben presente l\u2019inevitabile grado di arbitrariet\u00e0 che c\u2019\u00e8 nelle decisioni che toccano la materia empirica. Si \u00e8 ceduto allo spirito di geometria che \u00e8 sempre uno spirito assoluto, quando si \u00e8 voluto mettere l\u2019area artistica allo stesso piano delle altre tre aree, linguistico-letteraria, scienze sociali e naturalistica, matematica e tecnologica. L\u2019istruzione artistica \u00e8 un\u2019istruzione atipica che non si pu\u00f2 costringere nel letto di Procuste dell\u2019ordinamento scolastico generale. Persino i russi\u2026sanno rispettare e rispettano l\u2019atipicit\u00e0 dell\u2019istruzione artistica\u2026 Le riforme scolastiche si fanno assai pi\u00f9 con l\u2019esprit de finesse che con l\u2019esprit de geometrie\u201d.<\/p>\n<p>Riaffiora, anche, qui la sensibilit\u00e0 del liberalismo verso una visione che lasci al singolo la responsabilit\u00e0 delle proprie scelte di vita; libert\u00e0 della quale la scuola dovrebbe essere garante e maestra, attraverso l\u2019affinamento degli strumenti propri del giudizio critico. Gi\u00e0 nel 1970 Valitutti &#8211; relatore di minoranza nella Commissione Biasini \u2013 all\u2019indomani del Convegno di Frascati, opponendosi alla cosiddetta scuola comprensiva, che Berlinguer \u00e8 riuscito ad attuare, aveva affermato: \u201cLa commissione ha rischiato di disegnare una specie di citt\u00e0 del sole della nostra scuola nel settore secondario superiore astraendo dalle condizioni effettive in cui i modelli o le ipotesi elaborate e predisposte debbono attuarsi ed operare\u2026 questa operazione razionalizzante non pu\u00f2 e non deve aver luogo prescindendo del tutto dalla considerazione realista delle condizioni di fatto in cui bisogna realizzare il disegno prescelto.\u201d<\/p>\n<p>Pi\u00f9 avanti Valitutti muove un\u2019altra critica \u201calla posizione puramente teorizzante che emerge dal suddetto documento\u201d: essa riguarda \u201cl\u2019omissione di ogni accenno sia pur vago e indiretto al costo finanziario della riforma\u201d. Valitutti ricorda l\u2019articolo di Giovanni Gozzer pubblicato dal settimanale Sette Giorni (n\u00b0 225 del 1971) intitolato Il genio del compromesso in cui l\u2019Autore, fra gli ostacoli che si oppongono \u201call\u2019ipotesi della scuola comprensiva\u201d, menziona il valore legale dei titoli di studio, al quale da sempre i liberali (ed Einaudi in particolare) sono contrari.<\/p>\n<p>Oggi, nel 2002, con la cosiddetta scuola della autonomia, pi\u00f9 apparente che sostanziale, ci pare giunto per i liberali il momento di riprendere questa battaglia. Possiamo considerare la concretezza di uno dei fondamenti del pensiero liberale: quello della qualit\u00e0 della scuola, che discende dalla qualit\u00e0 dell\u2019insegnamento impartito in ciascun istituto e non dal puro e semplice valore legale del diploma.<\/p>\n<p><em>Il diritto allo studio<\/em><\/p>\n<p>Gaetano Salvemini nel famoso articolo Il diritto di essere ignoranti afferma tra l\u2019altro: \u201c\u2026Noi non riusciremo mai a sapere tutto, nemmeno nel campo della coltura (sic! allora cultura si scriveva anche con la \u201co\u201d ndr) professionale\u2026 Le lacune nella sua coltura (sua dell\u2019uomo ndr), tanto generale quanto professionale, rimarranno sempre enormi. Quello che un uomo riesce a imparare e quello che non sapr\u00e0 mai, stanno tra di loro come il finito sta all\u2019infinito, vale a dire che la nostra conoscenza finita rispetto alla nostra ignoranza infinita sar\u00e0 sempre uguale a zero. Noi stentiamo ad ammettere, per noi come per gli altri, la necessit\u00e0 di essere ignoranti intorno a un numero infinito di cose. Tormentiamo noi stessi e il prossimo perch\u00e9 non abbiamo n\u00e9 il coraggio n\u00e9 l\u2019umilt\u00e0 di riconoscere che la nostra capacit\u00e0 di imparare \u00e8 e sar\u00e0 sempre limitata, e che, stando cos\u00ec le cose, tanto gli altri che noi abbiamo il diritto di essere e di rimanere ignoranti su un numero infinito di cose.\u201d<\/p>\n<p>Un altro grande tema sociale impegn\u00f2 le energie del Senatore: Il diritto allo studio. Il suo pensiero \u00e8 sintetizzato nel volume cos\u00ec intitolato, edito nel 1977 da Armando nella collana Controcampo. A noi interessa la qualit\u00e0 e non la quantit\u00e0 del diritto allo studio, questione spinosa e insoluta nonostante le provvidenze di diversa forma, dal cosiddetto presalario all\u2019assegno d\u2019esame, dalle 150 al recente buono-scuola (varato con la L. R. n. 1 del 5.1.2000 dalla Regione Lombardia). Ben presto, con l\u2019estensione dell\u2019obbligo scolastico sino ai 14 anni (e oggi a 15), e cio\u00e8 fino alla licenza media e al primo anno delle superiori, il diritto allo studio divenne nei fatti il diritto al \u201cpezzo di carta\u201d, alla promozione sicura, e con ci\u00f2 tale diritto perdeva di sostanza e valore a danno proprio delle classi pi\u00f9 deboli.<\/p>\n<p>Contro tale costume si pronuncia Valitutti, ricostruendo la storia di questo pur inalienabile diritto. Nel capitolo intitolato Lo studio come diritto e come dovere, egli scrive: \u201cL\u2019obbligo dello Stato moderno di apprestare istituti e mezzi per l\u2019istruzione dei fanciulli e dei giovani sorse sul fondamento del riconoscimento del diritto dei cittadini alla istruzione come mezzo necessario per l\u2019effettivo esercizio dei diritti di libert\u00e0 e di uguaglianza. Tuttavia proprio a cagione della latitudine del concetto di libert\u00e0 come attributo dell\u2019uomo non fu sancito subito anche l\u2019obbligo dei cittadini di istruirsi. L\u2019obbligo dello Stato di istituire scuole ebbe come suo presupposto il diritto dei cittadini di pretendere che le scuole fossero istituite per frequentarle, ma non l\u2019obbligo degli stessi cittadini di frequentarle. Fu una posizione giacobina quella dalla quale si poterono costringere e, in effetti, si costrinsero i cittadini a diventare liberi obbligandoli a frequentare almeno la scuola primaria ritenuta liberatrice. Con l\u2019istituzione dell\u2019obbligo scolastico come obbligo dei cittadini avviene il passaggio della libert\u00e0 negativa alla libert\u00e0 positiva, cio\u00e8 dalla libert\u00e0 come mero diritto alla libert\u00e0 come processo di autorealizzazione degli individui.\u201d<\/p>\n<p>Da ci\u00f2 discende che l\u2019art. 34 della Costituzione \u201cnon sancisce un vero e proprio diritto allo studio, come ad esempio il diritto al lavoro\u2026 la Costituzione si limita a garantire il diritto dei capaci e meritevoli, privi di mezzi, a raggiungere i gradi pi\u00f9 alti degli studi\u2026 per il lavoro il diritto precede il dovere, in quanto tutti hanno bisogno di lavorare, mentre per lo studio il dovere precede il diritto, perch\u00e9 al di l\u00e0 della scuola dell\u2019obbligo, alcuni scelgono ed altri non scelgono di studiare, almeno scolasticamente.\u201d Egli cos\u00ec conclude: \u201dIl diritto allo studio \u00e8 diritto ai mezzi per poter studiare, diritto obiettivamente garantibile e garantito solo a chi dimostri di aver volont\u00e0 e capacit\u00e0 di studiare e sia privo dei mezzi stessi\u201d.<\/p>\n<p>Coerentemente, dunque, per la concezione liberale, soltanto l\u2019impegno intellettivo costante pu\u00f2 elevare l\u2019uomo; pu\u00f2 formare con rigorosa disciplina i giovani titolari di quel diritto prima di ogni altro. Ed \u00e8 soprattutto una libert\u00e0 positiva, una scelta libera di chi vuole almeno tentare di essere artefice di se stesso per mezzo degli studi. Per questo \u2013 nella realt\u00e0 quotidiana della scuola \u2013 non pu\u00f2 legittimamente realizzarsi un diritto automatico al diploma, nell\u2019interesse stesso dello studente. N\u00e9 va dimenticato il conflitto anche artificiosamente creato, tra l\u2019insegnamento pubblico e quello privato, anzi libero. Sullo spinoso contrasto Valitutti (sempre nel volume sopra citato) cos\u00ec si esprime, dopo aver riassunto i termini della questione: \u201c\u2026 I buoni-alunno (ndr: oggi si direbbe \u201cbuono-scuola\u201d) si potrebbero istituire non solo senza danno ma con vantaggio per la seriet\u00e0 degli studi solo in un sistema in cui i titoli di studio non avessero valore legale. In un sistema come quello che vige in Italia i buoni-alunno scatenerebbero la gara per il diploma pi\u00f9 facile\u201d.<\/p>\n<p>La Regione Lombardia (con la L.R. 5.1.2000 n. 1) ha forzato i tempi di questo progetto e noi \u2013 non contrari n\u00e9 entusiasti ma potenzialmente favorevoli \u2013 attendiamo gli effetti della norma sul livello degli studi e sul funzionamento generale della scuola libera. In definitiva, lo Stato non \u00e8 concepito dai liberali quale Stato etico, che pretenda di inculcare una religione, un credo politico o una specifica istruzione, \u201cma ha il dovere con le sue istituzioni scolastiche di educare tutti i cittadini ad una libera socialit\u00e0, di formare il senso civico, l\u2019indispensabile patriottismo civile. E tutti sappiamo quanto l\u2019Italia ne abbia bisogno\u201d. (Paolo Bonetti in Critica liberale, 1996). Aggiungo che oggi si deve necessariamente avviare da parte della scuola privata e della scuola statale una fase di reciproca conoscenza e rispetto, perch\u00e9 entrambe, integrandosi, possano costituire un armonico sistema d\u2019istruzione nazionale.<\/p>\n<p><em>Valitutti ministro<\/em><\/p>\n<p>Altro cardine del liberalismo \u00e8 il corretto funzionamento delle istituzioni. \u201cUna delle pi\u00f9 dure esperienze che ho dovuto soffrire subito come Ministro della pubblica istruzione \u00e8 stata quella dello scarso grado di agibilit\u00e0 dello strumento amministrativo a mia disposizione. In questi anni l\u2019organismo della scuola si \u00e8 molto dilatato e complicato, e l\u2019amministrazione, i cui atti ne condizionano il funzionamento, \u00e8 diventata sempre pi\u00f9 impari ai suoi compiti. Si sono aumentati gli organici del personale sia al centro che in periferia, ma ci\u00f2 non \u00e8 stato sufficiente. Neppure il largo trasferimento di funzioni dal Ministero ai Provveditorati agli studi ha reso pi\u00f9 agile lo strumento amministrativo. Si \u00e8 alleggerita la mole delle funzioni del Ministero e si \u00e8 appesantita quella delle funzioni dei provveditorati agli studi, con l\u2019effetto finale e complessivo di rallentare e complicare ulteriormente l\u2019azione amministrativa.\u201d (In \u201cOtto mesi alla Minerva, pag.17).<\/p>\n<p>Divenuto Ministro nell\u2019agosto 1979, Valitutti si preoccup\u00f2 in particolar modo di curare il funzionamento della macchina amministrativa del Ministero, peraltro a lui gi\u00e0 nota. Dall\u2019esame della situazione, egli matur\u00f2 la convinzione che fosse necessario indire la prima Conferenza Nazionale della Scuola su Finalit\u00e0, problemi e organi della partecipazione scolastica in un ordinamento democratico (Roma, febbraio 1980). Per la prima volta si organizz\u00f2 una assemblea nazionale sul tema della partecipazione alla vita della scuola, alla quale presero parte docenti, dirigenti amministrativi, presidi, studenti, forze politiche e sindacali.<\/p>\n<p>Tra l\u2019altro, nel suo lungo intervento, il Ministro disse: \u201cL\u2019Occidente \u00e8 sorto e si \u00e8 sviluppato in quest\u2019ultimo trentennio un ampio e vario moto di pensiero sul problema della partecipazione nella scuola, sorto in dipendenza della nuova condizione giovanile e delle nuove responsabilit\u00e0 spettanti alla scuola nelle societ\u00e0 industrializzate avanzate. In Italia questo moto di pensiero non ha avuto significativi svolgimenti. Forse gli organi collegiali istituiti nel 1974 ed entrati in azione nel 1975 costituirono un esperimento tanto pi\u00f9 audace quanto pi\u00f9 inserito in un sistema predisposto e propenso per le sue caratteristiche istituzionali, a rigettarlo o ad emarginarlo. Debbo confessare che personalmente, tra il 1973 ed il 1974, non fui tra i relatori di tali organi, ma non mancai di suggerire, anche attraverso scritti, buona volont\u00e0 nell\u2019applicarli, una buona volont\u00e0 nutrita di coraggio, di saggezza e di pazienza. Purtroppo i pi\u00f9 recenti avvenimenti hanno dimostrato che non abbiamo voluto avere pazienza. E lo dico per significare che, almeno alcuni di noi, hanno preteso di gettare tutto al macero una esperienza quinquennale, senza interpretarla, senza neppure utilizzarla con i materiali di studio. Nel rifiuto degli organi collegiali c\u2019\u00e8 stata una certa misura di volubilit\u00e0 irrazionale.\u201d<\/p>\n<p>Pi\u00f9 avanti: \u201c\u00c8 da questo bisogno di trasformazione che nasce il problema della partecipazione che va risolto fronteggiando ed eliminando due gravissimi pericoli, quello di concepire e trattare i discenti come controparte dei docenti e di concepire e trattare i docenti come controparte dei discenti; secondo, quello di svuotare la scuola dei suoi contenuti culturali, con la pretesa di farla servire alla educazione sociale dei giovani. Per vincere questi due pericoli, bisogna tenere presente che la conflittualit\u00e0 che \u00e8 propria della fabbrica non \u00e8 trasferibile nella scuola, dato che in questa non ci possono essere datori di lavoro; e dall\u2019altra, il volere ridurre la scuola ad uno strumento di educazione sociale significa vanificarla come scuola e trasformarla in sede di duellanti indottrinamenti politico-ideologici. La spinta a porsi il problema della partecipazione nella scuola proviene anche da fattori oggettivi che sono da rintracciare nel tipo stesso della richiesta che la societ\u00e0 industriale avanzata di oggi fa alla scuola, rivolge alla scuola, sollecitandola sempre pi\u00f9 a corrispondere alle sue esigenze tecnico-professionali. La societ\u00e0 industriale \u00e8 una societ\u00e0 densamente tecnico-professionale. La scuola \u00e8 chiamata a trasferire sempre pi\u00f9 la sua opera nella attualit\u00e0. Le si chiede di aprirsi di pi\u00f9 alla vita e perci\u00f2 di parteciparvi. Non si pu\u00f2 dire di no neppure a questo invito, ma difendendo in modo coerente il valore della irrinunciabile continuit\u00e0 storica del pensiero umano, da cui si alimenta la scuola\u201d.<\/p>\n<p>Prosegue e conclude: \u201cLa riforma che dovremmo perci\u00f2 affrontare sarebbe in primo luogo una riforma costituzionale. Infatti il comma secondo dell\u2019articolo 33 recita: La Repubblica detta le norme generali sull\u2019istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Proprio non riesco a vedere come una autorit\u00e0 locale, quale che essa sia, possa istituire scuole statali. Se vogliamo perci\u00f2 conservare la nostra Costituzione ed insieme non violarla, dobbiamo necessariamente ricercare i modi pi\u00f9 convenienti di riformare la nostra amministrazione scolastica sul presupposto che la scuola resti statale. Possiamo anche decidere di cambiare la Costituzione, se vogliamo costruire un sistema diverso; ma, appunto, dobbiamo sapere che per costruire un sistema diverso, dobbiamo affrontare la riforma dell\u2019articolo 33. A questo punto desidero concludere leggendovi il brano di una lettera di un anonimo lettore pubblicata qualche mese fa da una rivista scolastica: C\u2019\u00e8 una richiesta precisa di dare fondamento culturale alle scelte di scuola nuova fatte tempo addietro; c\u2019\u00e8 il richiamo continuo ad uscire dalla rassicurante ripetizione di slogan, per verificare che cosa c\u2019\u00e8 dietro. C\u2019\u00e8 la voglia di fare della scuola un luogo dove si possa finalmente studiare; siamo in una fase nella quale stanno affiorando valori nuovi, diversi da quelli di un tempo, e diversi, anche, da quelli sognati negli anni del Sessantotto. E\u2019 tempo di guardare intorno a noi, con la voglia di vedere quello che effettivamente c\u2019\u00e8 e non alla ricerca di quello che ci piacerebbe trovare, chiudendo gli occhi proprio perch\u00e9 non lo troviamo. Mi pare che sia ora di crescere. Non serve a nessuno rimanere eternamente adolescenti. Anch\u2019io, Signore e Signori, penso che non serva a nessuno rimanere eternamente adolescenti. Tutti sentiamo oramai il bisogno di crescere. Ora che abbiamo riconquistato la chiarezza di questo bisogno, commetteremmo un grave, forse irrimediabile errore, non andando avanti nella nostra volont\u00e0 di crescere, ma cedendo alla nostalgia alla nostra adolescenza, pur se questa deve rimanere cara nel nostro ricordo\u201d .<\/p>\n<p><em>Valitutti, il partito e la scuola<\/em><\/p>\n<p>Due anni dopo, non pi\u00f9 ministro, ma sempre ispiratore della politica scolastica del PLI e del Paese, Valitutti presiedette a Roma (25 e 26 maggio 1982) la Conferenza Nazionale della Scuola del PLI. In questa egli tenne la relazione su La Riforma della amministrazione scolastica. Ne riportiamo gli stralci pi\u00f9 salienti.<\/p>\n<p>Pagg. 1 e 2 \u201cResistendo al timore di essere incolpato di voler cercare nella Costituzione anche quello che non c\u2019\u00e8, io oso ritenere che nel suo art. 33, che fissa i principi regolativi dei rapporti tra Stato e scuola, si dovrebbe amministrare in forza del tipo degli anzidetti rapporti. Credo che si possa dire che l\u2019art. 33 si colloc\u00f2 nell\u2019ottica dell\u2019amministrazione detta napoleonica, cio\u00e8 dell\u2019amministrazione della scuola attuata da organi statali, centrali e periferici. Infatti, il predetto articolo, premesso che l\u2019arte e la scienza sono libere e libero ne \u00e8 l\u2019insegnamento, dice che:<\/p>\n<ul>\n<li>la Repubblica detta le norme generali sull\u2019istruzione ed istituisce scuole statali di ogni ordine e grado;<\/li>\n<li>enti e privati hanno il diritto di istituire scuole senza oneri per lo Stato e che la legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parit\u00e0, deve assicurare ad esse piena libert\u00e0 e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni delle scuole statali;<\/li>\n<li>\u00e8 prescritto un esame di Stato per l\u2019ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l\u2019abilitazione all\u2019esercizio professionale.<\/li>\n<\/ul>\n<p>Ci fu chi motiv\u00f2 il voto contrario all\u2019approvazione dello art. 33 con riferimento alla norma relativa all\u2019esame di Stato, ritenuta confermativa del precedente ordinamento amministrativo. Lo stesso art. 117, includendo espressamente l\u2019istruzione artigiana e professionale fra le materie nelle quali le Regioni emanano norme legislative nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato, conferma questa interpretazione. L\u2019art. 118 specifica che spettano alle stesse Regioni le funzioni amministrative nelle suddette materie. E\u2019 vero che per il medesimo articolo lo Stato pu\u00f2 delegare alle Regioni l\u2019esercizio di altre funzioni amministrative delegabili quelle assegnate allo Stato espressamente dalla stessa Costituzione.<\/p>\n<p>Altre norme Costituzionali comprese negli Statuti di alcune Regioni ad ordinamento speciale espressamente prevedono la competenza legislativa delle Regioni stesse in alcuni rami della Pubblica Istruzione. Ad esempio lo statuto della Regione Siciliana del 1946 prevede la legislazione esclusiva di quella regione in materia d\u2019istruzione elementare. Vero \u00e8 che quella norma non si \u00e8 finora attuata, e non credo per volont\u00e0 dello Stato, ma essa ancora esiste nel nostro ordinamento. Anche queste norme costituzionali confermano che le scuole istituite dallo Stato, ai sensi dell\u2019art. 33, sono amministrabili dagli organi dello stesso Ente che le disciplina legislativamente e le istituisce.\u201d<\/p>\n<p>Pagg. 2 e 3 \u201cEntro questo quadro costituzionale inequivocabilmente segnato, e sostanzialmente accettato da tutte le forze politiche che avevano voluto la Costituzione partecipando alla sua elaborazione, persino da quelle che pi\u00f9 tenacemente nella loro battaglia storica contro il cosiddetto statismo scolastico dello Stato liberale prefascista si erano battute per l\u2019autonomismo scolastico anche sul piano dei congegni amministrativi, non tard\u00f2 a porsi il problema della riforma dell\u2019amministrazione della scuola ma come problema di agilit\u00e0 e funzionalit\u00e0 dei suoi strumenti operativi via via che questi strumenti cominciarono a rilevare la loro impotenza e imprecisione nella realt\u00e0 di una scuola cresciuta fisicamente al di l\u00e0 dei limiti della loro oggettiva idoneit\u00e0 a padroneggiarla.<\/p>\n<p>Si produsse ad un certo punto una sproporzione, e questa sproporzione and\u00f2 via via allargandosi, tra le obiettive possibilit\u00e0 dello strumento amministrativo a dirigere, per la parte spettantegli, la scuola, e le esigenze della scuola stessa troppo cresciuta in relazione alle suddette possibilit\u00e0. Si not\u00f2 e riconobbe che lo strumento amministrativo era stato concepito e forgiato per l\u2019amministrazione di una scuola con ristrette dimensioni e che lo strumento stesso era divenuto largamente inagibile in rapporto ad una scuola che aveva raggiunto dimensioni di massa.\u201d<\/p>\n<p>Pag. 4 \u201cPer vincere la sproporzione si aumentarono gli organici sia al centro che alla periferia e soprattutto si prem\u00e9 sul pedale del decentramento amministrativo trasferendo non poche funzioni amministrative del Ministero della P. I. agli organi periferici e soprattutto ai Provveditorati agli Studi, ma seguendo con il metodo classico del decentramento che parte dalle unit\u00e0 periferiche pi\u00f9 elementari e le rivitalizza e sale poi verso il centro bens\u00ec il metodo opposto, quello cio\u00e8 che parte dal centro e scende via via verso la periferia. Certamente con questo metodo si sono trasferite non poche funzioni dagli organi centrali a quelli periferici, ma il risultato maggiore e pi\u00f9 vistoso \u00e8 stato quello di trasferire l\u2019accentramento da Roma nelle sedi provinciali. Questo accentramento \u00e8 diventato ossessivo in quelle sedi nelle quali il fenomeno dell\u2019urbanizzazione ha pi\u00f9 addensato le popolazioni.<\/p>\n<p>Noi oggi abbiamo i Provveditorati agli Studi di Milano, di Roma, di Torino, di Napoli che non hanno pi\u00f9 fattezze umane e che hanno raggiunto un alto grado di ingovernabilit\u00e0 in una situazione nella quale le circoscrizioni provinciali dei Provveditorati agli Studi sono rimaste invariate e in cui non si \u00e8 tenuto presente che decentrare funzioni amministrative gi\u00e0 accentrate poteva avere un effetto realmente decentrante in una piccola provincia ma che decentrare le stesse funzioni in province gi\u00e0 popolose e divenute per l\u2019urbanesimo sempre pi\u00f9 popolose non poteva trasferire che l\u2019accentramento, con la conseguenza non di accelerare ma di ritardare ulteriormente i procedimenti amministrativi.<\/p>\n<p>Abbiamo fatto l\u2019esperienza che non si \u00e8 sbagliato nel ricercare i rimedi della direzione nella quale si sono ricercati ma che si \u00e8 sbagliata la scelta dei singoli rimedi. Dobbiamo riconoscere che si \u00e8 andata via via creando una situazione di crisi sempre pi\u00f9 grave e che la crisi dello strumento amministrativo si \u00e8 ripercossa e si ripercuote nella vita interiore della scuola ed \u00e8 perci\u00f2 diventata un momento ed un aspetto della stessa crisi della nostra amministrazione scolastica.\u201d<\/p>\n<p>Pagg. 5-7 \u201cSe ho privilegiato questa causa citando come prima nella mia esposizione, \u00e8 solo perch\u00e9 di essa solitamente si parla ed \u00e8 certamente la pi\u00f9 appariscente. Ma ci sono almeno altre due cause che bisogna menzionare, di cui una minore e l\u2019altra maggiore. La prima va ricercata in un certo tipo di legislazione scolastica prevalsa in questi ultimi lustri nel nostro Paese con un ritmo ed un andamento obiettivamente schizofrenici \u2013 absit iniura verbis \u2013 per la tutela di diritti e interessi di gruppi di insegnanti e di addetti alla scuola. Si \u00e8 sviluppata una specie di spirale per cui le lacune e le ingiustizie di un dato provvedimento hanno determinato un provvedimento successivo inteso a colmare e a ripararle e il nuovo provvedimento ha determinato a sua volta per le stesse ragioni un nuovo provvedimento. \u00c8 questo il perverso congegno che si pone in essere allorch\u00e9 si deroga nella legislazione al principio della parit\u00e0 dei diritti di tutti dinanzi alla legge comune e generale. Le leggi derogatorie pongono sempre la premessa di nuove leggi di deroga in una corsa senza fine. Una siffatta legislazione che impone tempi brevi per la sua applicazione finisce con il logorare e con il rendere impotente qualsiasi strumento amministrativo.<\/p>\n<p>Solitamente il nostro legislatore, specie quello scolastico, non accorda sufficiente attenzione alle possibilit\u00e0 e capacit\u00e0 dell\u2019organo chiamato ad applicare le leggi che approva e alla misura e al modo in cui l\u2019applicazione delle stesse leggi incide sulle qualit\u00e0 e sul grado di resistenza dell\u2019organo anzidetto a perdurare nel suo essere. Si deve aggiungere che di questo tipo di legislazione protezionista pi\u00f9 che garantista, ispirata largamente dalle forze sindacali, si richiede l\u2019applicazione con interventi ispirati da una pregiudiziale diffidenza verso l\u2019Amministrazione, diffidenza che finisce con il ridurne il rendimento. Ogni essere o organo demonizzato dalla sua controparte diventa non pi\u00f9 ma meno alacre.<\/p>\n<p>Questo ci ha sempre insegnato e continua a insegnarci la storia delle lotte per la libert\u00e0. Io non imputo ai sindacati di porsi come contro-parte dell\u2019Amministrazione nella difesa dei diritti e legittimi interessi delle categorie di cui sono espressione, ma solo la costante abitudine a demonizzarla presupponendo in ogni suo comportamento una precisa volont\u00e0 come il retaggio fatale di una specie di peccato originale senza accorgersi che questo \u00e8 proprio il modo di svegliare questa volont\u00e0. Analizzando la legislazione anzidetta e il comportamento delle forze che premono per la sua approvazione e ne controllano l\u2019applicazione, si ha talvolta la impressione che non gli insegnanti ed addetti esistano per la scuola e perci\u00f2 i suoi alunni, ma che alunni e scuola esistano e debbano esistere per insegnanti ed addetti, pur se \u00e8 vero questo modo strumentale di considerare scuola ed alunni ha finito e finisce con il danneggiare di pi\u00f9 proprio gli insegnanti nel periodo pi\u00f9 lungo in cui deve spaziare la loro opera. Se ci\u00f2 \u00e8 vero, non possiamo far ricadere soltanto sull\u2019Amministrazione la responsabilit\u00e0 di quei mancamenti che pi\u00f9 si ripercuotono nella vita interiore della scuola e la rendono pi\u00f9 travagliata.<\/p>\n<p>Anche un\u2019Amministrazione che disponesse di migliori strumenti operativi sarebbe largamente impotente nell\u2019attuale situazione in cui il funzionamento della scuola non \u00e8 separabile dal funzionamento delle altre istituzioni. Mi spetta di aggiungere che la scuola italiana \u00e8 probabilmente la sola scuola in Europa che da anni vive e soffre il dramma dell\u2019inizio dell\u2019anno scolastico che non riesce a decollare se non dopo alcuni mesi durante i quali o gli alunni restano senza alcuni insegnanti ovvero assistono al rapido passaggio di molti insegnanti. La colpa di questo dramma si \u00e8 fatta e si fa normalmente ricadere sulle manchevolezze e negligenze dell\u2019Amministrazione, e non si sospetta neppure che la vera causa e da ricercare in leggi approvate dal Parlamento che hanno stabilito termini e fissato procedure il rispetto delle quali rende fatale e ripetitivo il lamentato ritardo che ha tanto inciso ed incide sull\u2019autorevolezza morale della scuola.<\/p>\n<p>La terza causa \u00e8 certamente quella che \u00e8 emerso ed emerge di pi\u00f9 nei dibattiti che pi\u00f9 recentemente si sono svolti sul problema della riforma della nostra amministrazione scolastica e che prevedibilmente avr\u00e0 sempre pi\u00f9 peso nel prossimo avvenire in cui si vuole effettuare lo sforzo per uscire dalle presenti difficolt\u00e0. Essa \u00e8 definibile come la incertezza sopravvenuta nella stessa concezione del tipo di rapporto intercorrente tra scuola e societ\u00e0 nel nostro Paese. Questa incertezza ha investito e investe il rapporto esistente un rapporto, avente le sue radici, come gi\u00e0 detto, nella stessa Costituzione, e mediato, per le scuole statali da organi amministrativi dello Stato, che istituisce le scuole stesse. Da questo tipo di rapporto mediato si vuole giungere ad un tipo di rapporto immediato tra scuola e societ\u00e0, pur se finora da parte di nessuno si individua esattamente la vera societ\u00e0 alla quale la scuola dovrebbe immediatamente congiungersi soltanto la mediazione statale. Nel \u201873 si approv\u00f2 la legge delega sullo stato giuridico del personale della scuola che previde e prefigur\u00f2 gli organi collegiali di governo della scuola. Oggi si continua a dire che, con la istituzione di tali organi, si \u00e8 inaugurata la gestione sociale della scuola e perci\u00f2 si \u00e8 avviato il processo che deve stabilire il nuovo rapporto tra scuola e societ\u00e0 caratterizzato dalla sua immediatezza. Sennonch\u00e9 quando si ricerca la natura della societ\u00e0 fatta entrare nella scuola con la istituzione degli organi collegiali si rileva che si tratta di una societ\u00e0 molto corporativa, che \u00e8 quella dei suoi attuali insegnanti, dei suoi presenti alunni e dei loro genitori.\u201d<\/p>\n<p>Pag. 8 \u201c\u00c8 una societ\u00e0 fluttuante e passeggera e comunque non \u00e8 la societ\u00e0 alla quale apparteniamo tutti, anche chi come me non \u00e8 attualmente insegnante, n\u00e9 alunno n\u00e9 genitore di alunni. Io che sono cittadino a Roma mi sento rappresentato dal sindaco, della giunta e dal consiglio comunale di Roma perch\u00e9 ho partecipato con il mio voto all\u2019elezione democratica di questo consiglio. Ma non mi sento rappresentato da nessuno dei consigli di Istituto presenti e operanti nel comune di Roma pur sentendomi cointeressato alla vita e all\u2019attivit\u00e0 della scuola come pubblica istituzione finanziata anche con l\u2019introito delle imposte che io pago allo Stato. Quello che rende estremamente difficile sviluppare in modo fruttifero l\u2019attuale dibattito sulla riforma dell\u2019amministrazione della nostra scuola \u00e8 proprio la indeterminatezza del concetto di societ\u00e0 con cui la scuola dovrebbe stabilire un pi\u00f9 diretto rapporto.<\/p>\n<p>Quando si tenta di abbracciare questo inafferrabile fantasma della societ\u00e0 si finisce con l\u2019abbracciare non la vera societ\u00e0 di cui tutti siamo membri ma solo la corporazione scuola, come corporazione degli insegnanti, alunni e genitori. Mi piace citare a questo punto quello che scrisse un testimone insospettabile come l\u2019ex Ministro della P.I. Luigi Gui, appartenente al partito nel quale la spinta al restringimento corporativo della societ\u00e0 alla quale la scuola dovrebbe connettersi sembra avere le pi\u00f9 forti radici storico-culturali. Nel 1975 Gui scrisse esattamente: La scuola italiana si \u00e8 costituita e sviluppata sulla base dell\u2019impostazione che si usa chiamare napoleonica. Si tratta, cio\u00e8, di una scuola promossa dallo Stato come apparato e perci\u00f2 centralizzata e gerarchica, finalizzata al rilascio di titoli e diplomi concessi e garantiti dalle autorit\u00e0 statali, e pertanto conseguiti su programmi e secondo ordinamenti e controlli dalle medesime predisposti. Il suo collegamento con la societ\u00e0 civile \u00e8 concepito mediato: appunto attraverso l\u2019intervento dell\u2019apparato statale.\u201d<\/p>\n<p>Valitutti parl\u00f2 insomma da amministratore severo ma cosciente che non discuteva solo di denaro ma soprattutto di intelligenze giovanili. E a queste lo Stato doveva rivolgersi. Il testo della relazione, ricco di spunti e di proposte, parte dall\u2019esame dell\u2019art. 33 della Costituzione, dallo statuto della Regione Sicilia del 1946 e dalla forma stessa assunta dal tipo di amministrazione della scuola statale, ma &#8211; precisa Valitutti &#8211; : \u201d La verit\u00e0 \u00e8 che il costituente non si pone neppure il problema della prefigurazione di un tipo di amministrazione della scuola statale differente da quello posto in essere nella stessa formazione storica della scuola italiana, tipo di amministrazione che lo stato liberale aveva via via costruito e di cui il fascismo aveva mantenuta intatta la struttura fondamentale introducendovi alcuni meccanismi e procedimenti pi\u00f9 autoritari. Sembr\u00f2 che bastasse sopprimere quei meccanismi per restituire quella struttura alla sua purezza originaria, caratterizzata da un tipo di rapporto tra scuola e societ\u00e0, mediato, per cos\u00ec dire, da uno specifico apparato amministrativo statale, ridivenuto responsabile attraverso il Ministro della P.I., vertice del sistema, verso il Parlamento, eletto periodicamente dal popolo ed esclusivamente competente in materia di legislazione scolastica, tranne le eccezioni sopra specificate. Bisogna sapere preliminarmente se si vuole serbare questo tipo di Stato oppure lo si vuole modificare. Bisogna aver chiara questa idea per subordinare non la scuola allo strumento amministrativo ma lo strumento amministrativo alla scuola e alle sue irrinunciabili esigenze.\u201d<\/p>\n<p><em>Il ricordo di Valitutti<\/em><\/p>\n<p>Il Sen. Valitutti scomparve il 30 settembre 1992. Amici ed avversari lo ricordarono in tutta Italia con stima e rispetto. Con Bozzi e Malagodi fu l\u2019ultimo grande vecchio a lasciarci. Il Partito e la societ\u00e0 italiana gli devono ancora molto. Si intrecciano i miei ricordi con la realt\u00e0 storica di una visione della scuola come mezzo per elevare l\u2019uomo attraverso la cultura.<\/p>\n<p>Ebbi con lui un rapporto conflittuale, se cos\u00ec vogliamo dire, ma certo leale e costruttivo. Alla fine di ogni discussione e di ogni confronto, la Commissione nazionale scuola di cui il Partito e lui stesso mi avevano affidato l\u2019organizzazione, concludeva il proprio lavoro con un documento, che il Partito faceva suo: come avvenne per quello che consent\u00ec a Valerio Zanone, Ministro della Difesa nel successivo governo di pentapartito (luglio 1987\u2013luglio 1989), di far rinviare la riforma della secondaria e a me di elaborare il pdl di reinserimento dello studio del latino nella scuola media, presentato dal compianto Paolo Battistuzzi nel \u201991 e ripresentato nel \u201992.<\/p>\n<p>Il 19 febbraio 1992 l\u2019Ufficio Scuola del PLI milanese volle ricordare Valitutti. Il prof. Vittorio Enzo Alfieri tenne la relazione. Egli, illustre liberale e uomo di alta cultura, centr\u00f2 l\u2019intervento sull\u2019impegno di Salvatore Valitutti per ridare forza alla cultura nel Partito e lesse una lettera che Valitutti gli aveva inviato tempo addietro: \u201dCroce, in qualche suo scritto, defin\u00ec il Partito Liberale il partito della cultura. Aveva perfettamente ragione. Un Partito Liberale deve essere necessariamente al pi\u00f9 alto livello al quale \u00e8 giunta la cultura del paese nel quale opera. Purtroppo oggi quello che si chiama Partito Liberale \u00e8 culturalmente denutrito. La denutrizione culturale pu\u00f2 non essere mortale per i partiti di interesse o fideistici ma \u00e8 mortale per il Partito Liberale.Personalmente faccio tutto quanto posso per rivitalizzare il Partito, ma so bene che l\u2019anemia culturale che colpisce un partito richiede cure lunghe e pazienti mentre i tempi della politica sono pi\u00f9 veloci e sbrigativi. Io non so se faremo in tempo a salvare il Partito.Ti debbo anche dire che io sono piuttosto diffidente verso gli amici liberali che si etichettano come liberali di destra, perch\u00e9 di regola sono pi\u00f9 arretrati degli altri sul terreno culturale.\u201d<\/p>\n<p>Cos\u00ec lo ricordai sulla Gazzetta di Parma il 3 novembre 1992 in un articolo dal titolo \u201cIn memoria di un saggio\u201d:<\/p>\n<p>\u201cSembri un ragazzino\u201d, mi disse il prof. Valitutti al congresso di Firenze vedendomi con un maglioncino rosso e la camicia aperta sul collo. A quel tempo la nostra collaborazione era gi\u00e0 consolidata da innumerevoli riunioni della Commissione scuola nazionale e da un grande convegno, che avevo organizzato all\u2019Executive di Milano, presente lui quale ministro della Pubblica istruzione.<\/p>\n<p>Fu quello il culmine di molti convegni, conferenze e semplici incontri informali con professori, presidi e famiglie sui problemi di una scuola, che stentava ad uscire dalla contestazione e anche solo a bandire i concorsi direttivi e a cattedra, che proprio lui rimise in moto. Chi ha seguito il nostro lavoro sa che da allora la politica scolastica del PLI e quella nazionale subirono una svolta.<\/p>\n<p>Successivamente la collaborazione con Salvatore Valitutti si svilupp\u00f2 in moltissime occasioni: dai consigli nazionali alle riunioni della Commissione. L\u2019ultimo impegno, che condussi a termine con il suo tacito consenso, fu la presentazione della legge sul reinserimento del latino nella scuola media, che proprio all\u2019inizio della corrente legislatura, l\u2019on. Battistuzzi ha ripresentato.<\/p>\n<p>Interprete dell\u2019insegnamento einaudiano, il senatore Valitutti non distingueva i docenti per categorie ideologiche, ma per il livello di capacit\u00e0 e cultura che dimostravano. Tal che essi si riducono a due categorie: i professori che conoscono la propria materia e che per questo riscuotono l\u2019universale apprezzamento; e quelli che non la conoscono.<\/p>\n<p>Dotato di sterminata cultura e forte capacit\u00e0 argomentativi, il Senatore riusciva sempre ad elaborare tesi che, anche quando non accolte, fuori e dentro il partito, erano tenute in grande stima, quasi come vie d\u2019uscita nelle pi\u00f9 difficili situazioni.<\/p>\n<p>Nella concezione liberale la scuola non \u00e8 uno strumento di potere ideologico n\u00e9 politico, ma il luogo in cui far lievitare la mente e l\u2019animo dei giovani, perch\u00e9 solo accrescendo la loro cultura si garantisce il progresso del popolo.<\/p>\n<p>Da questo principio il senatore non si discost\u00f2 mai ed in ogni occasione egli ce lo ricordava. Sapevamo che da tempo era malato e che non usciva pi\u00f9 da casa, ma la sua lucida mente ci aveva illuso, con la assiduit\u00e0 degli iscritti e della presenza sulla stampa, che sarebbe vissuto ancora molto e che la scuola avrebbe ancora goduto dei suoi servigi. Una non rinviabile riunione di partito mi ha impedito di partecipare ai suoi funerali, pur trovandomi a Roma; ed egli lo avrebbe apprezzato: \u201cPrima il partito!\u201d, soleva dire.<\/p>\n<p>Scrivo in treno, nel viaggio di ritorno a Milano e rifletto sulle ultime grandi perdite del partito, ma soprattutto della Patria. Prima Bozzi, poi Malagodi ora lui. Da insegnante, di prima nomina mi ero avvicinato al partito liberale e li avevo conosciuti superficialmente; poi, presa la tessera e cominciata un\u2019intensa attivit\u00e0 tuttora viva, li frequentai e li conobbi, cercando d\u2019imparare il pi\u00f9 possibile, non solo la dottrina, ma soprattutto quel senso dello Stato e del servizio al Paese, per il quale anche una azione in apparenza insignificante, ha il suo valore per il Bene pubblico. Con il senatore tutti gli attori sono usciti dalla scena ed un ciclo della nostra, della mia vita, si \u00e8 concluso.<\/p>\n<p>Parlando da insegnante a insegnanti, sentii dire questo da Salvatore Valitutti: \u201cIl docente a cui il giovane si rivolge, pu\u00f2 sentirsi sconfitto quando il giovane non domanda pi\u00f9 nulla, perch\u00e9 non ha pi\u00f9 bisogno del suo maestro; invece, proprio allora questi ha vinto perch\u00e9 ha conseguito il suo pi\u00f9 alto successo: l\u2019autonomia dell\u2019allievo, ormai capace di camminare con le proprie gambe\u201d.<\/p>\n<p>Egli annetteva grande importanza al diritto allo studio, un problema al quale dedic\u00f2 un volume, perch\u00e9 tramite questo si amplia la sfera della cultura e della libert\u00e0 dei giovani, capaci e meritevoli, che devono camminare da soli. Infatti: \u201cL\u2019analisi del diritto allo studio trova una sua corretta collocazione in una prospettiva di riformismo liberalista teso alla conservazione dei valori di libert\u00e0 e alla estensione della loro sfera di attuazione\u201d (Il diritto allo studio \u2013 Armando Editore, 1980).<\/p>\n<p>Ricordando Bozzi, egli richiam\u00f2 l\u2019elogio della morte del saggio, scritto da Benedetto Croce, il quale attende la morte in piena attivit\u00e0, \u201cperch\u00e9 in ozio stupido essa non ci pu\u00f2 trovare\u201d. E Valitutti cos\u00ec ha fatto: ha scritto e lavorato sino alle sue ultime ore di vita, tanto che avremmo dovuto incontrarlo l\u20198 ottobre, in una prevista riunione della Consulta liberale della scuola. In questa egli ha sempre favorito la libera discussione e, spesso, mi sono trovato in contrasto con lui, ma sempre si raggiungeva un equilibrio di tesi, naturale nei liberali, ogni volta che un interesse generale e superiore lo imponga, nell\u2019azione quotidiana.<\/p>\n<p>Cos\u00ec imparammo da lui che la grande filosofia, la teoria deve divenire prassi; e lo dimostr\u00f2 quando, da ministro, si interess\u00f2 anche del funzionamento dell\u2019Amministrazione scolastica, sino ad allora e dopo disdegnata dai suoi colleghi ministri.<\/p>\n<p>Teoria e pratica sono le due ruote della bicicletta: per quanto importante, l\u2019una senza l\u2019altra non serve. E\u2019 la cultura umanistica-meridionale, tanto sconosciuta e negletta, che ci fa ragionare cos\u00ec. Una personalit\u00e0 a tutto tondo \u00e8 scomparsa; ma noi siamo i suoi ostaggi: noi dobbiamo continuare.<\/p>\n<p><strong>************<\/strong><\/p>\n<p><strong>Alberto Giomo (1917-1977)<\/strong><\/p>\n<p>Alberto Giomo fu professore di filosofia presso il Collegio San Carlo di Milano e combattente nella II guerra mondiale, consigliere provinciale di Milano e deputato in Parlamento. Incarn\u00f2 la figura del docente prestato alla politica, e in questa rivers\u00f2 la cultura ed il rigore del pensatore, che gli venivano dai suoi studi. Nel 1965, invitato negli Stati Uniti dal governo federale, incontr\u00f2 Robert Kennedy. Il Partito lo volle al posto a lui pi\u00f9 confacente, affidandogli la responsabilit\u00e0 della politica scolastica. Il Parlamento si arricch\u00ec della sua preparazione e della sua competenza circa i problemi dell\u2019educazione, che per\u00f2 non esaurirono il suo impegno di parlamentare; infatti, Giomo si occup\u00f2 delle carceri, delle regioni, dei trasporti\u2026<\/p>\n<p>Ma, in questa sede, lo ricordiamo per i suoi interventi per la scuola e per l\u2019universit\u00e0. Traggo la documentazione essenziale da due discorsi tenuti alla Camera dei Deputati e dalla relazione presentata al Consiglio Nazionale del partito circa lo stato della scuola pubblica:<\/p>\n<p>Per una vera riforma dell\u2019Universit\u00e0 in Italia (22 ottobre 1971)<br \/>\nLo stato giuridico degli insegnanti (29 maggio 1973)<br \/>\nRelazione al Consiglio Nazionale (1975).<br \/>\nPer una vera riforma dell\u2019Universit\u00e0 \u2013 1971<\/p>\n<p>\u00c8 l\u2019epoca del ministro Riccardo Misasi (DC), nella quale si raccolgono i primi frutti avvelenati della scuola media unica (istituita con la L. n\u00b01859 del 31.12.1962). \u00c8 il momento in cui i governi si accaniscono sull\u2019Universit\u00e0, stravolgendone la fisionomia, con i dipartimenti copiati da esperienze straniere e l\u2019insieme degli organismi burocratici destinati a farli \u201cfunzionare\u201d. Richiamandosi proprio alla carenza di ben 97 mila insegnanti nella scuola media e ai conseguenti vuoti di organico, colmati con personale disoccupato o delle pi\u00f9 diverse provenienze: chimici, farmacisti, elettrotecnici improvvisatisi insegnanti, Giomo alla Camera dice: \u201cIn tal modo si sar\u00e0 sanato in parte il problema della disoccupazione intellettuale nel nostro paese, ma non si \u00e8 sanato il problema fondamentale della scuola che \u00e8, anche questo, problema di vocazione all\u2019educazione\u201d.<\/p>\n<p>Giomo intuisce che l\u2019istituzione dei dipartimenti porter\u00e0 lo stesso caos nella Universit\u00e0, poich\u00e9 nella loro stessa ratio \u00e8 presente il germe del compromesso. Egli afferma: \u201cIl primo compromesso \u00e8 fra il concetto \u2013 portato avanti dalla democrazia cristiana, dai socialdemocratici e anche dai socialisti \u2013 della collegialit\u00e0 degli organi che debbono reggere l\u2019universit\u00e0; collegialit\u00e0 vista in maniera estremamente atipica. Io non capisco perch\u00e9 quando abbiamo varato la legge che prevedeva l\u2019istituzione degli organi che regolano la vita del genio civile o di altri organi dello Stato non abbiamo pensato di immettervi i professori universitari. Dal momento che vi abbiamo immesso i rappresentanti dei sindacati, io mi auguro che quando finalmente arriveremo ad attuare gli articoli dalla Costituzione che disciplinano la materia sindacale, potremo introdurre in questi organi deliberanti anche i professori universitari, per un principio di pariteticit\u00e0 fra i professori e i sindacalisti. Da una parte abbiamo quindi questo concetto della collegialit\u00e0 che, come ho detto, ha assunto una dimensione faraonica nella legge in esame, e dall\u2019altra vi \u00e8 invece la seconda interpretazione: il concetto del collettivo, che \u00e8 qualche cosa di diverso. Siamo qui, in sostanza, alla scolastica decadente, siamo al principio della doppia verit\u00e0. Da una parte abbiamo coloro i quali vedono in questa legge lo spirito democratico della collaborazione di tutte le forze, per\u00f2 nel rispetto dell\u2019autonomia di ciascuna, dell\u2019autonomia del pensiero e della coscienza di ciascuna: in uno spirito, quindi, evidentemente democratico. Dall\u2019altra parte, abbiamo invece una visione diversa, una visione rispettabilissima, ma comunque non accettabile in un sistema pluralistico come il nostro: il concetto del collettivo, del soviet. Abbiamo cio\u00e8 il dipartimento, che ad un certo momento si traduce addirittura in un\u2019azienda che contratta, che opera e che poi divide i compensi collettivamente, in ci\u00f2 assomigliando molto a certe forme di soviet o di kolchoz. Vi \u00e8 poi un secondo compromesso pi\u00f9 grave e cio\u00e8 quello tra la struttura napoleonica che \u00e8 rimasta nella legge (l\u2019esame di Stato ha valore legale) e la struttura libera, anglosassone dell\u2019universit\u00e0\u201d.<\/p>\n<p>Questa spinta verso la liberalizzazione degli accessi universitari e dei piani di studio porterebbe a un tipo di scuola caratteristico del mondo anglosassone: \u201cMa noi \u2013 si domanda Giomo &#8211; che cosa abbiamo fatto? Una legge che ha un vestito anglosassone, una gonnellina scozzese e in testa un cappello napoleonico. Queste sono le premesse di carattere generale che noi facciamo su questa legge. Quali sono, secondo noi, i punti qualificanti della riforma? Essi sono: il dipartimento obbligatorio, la ricerca scientifica, il ruolo dei docenti universitari e l\u2019assoluto divieto, ad essi imposto, di esercitare libere professioni, gli organi di governo della universit\u00e0, il mantenimento del valore legale dei titoli di studio, di cui ho gi\u00e0 parlato, e infine quel problema che \u00e8 rimasto in sospeso e che quest\u2019aula deserta dovrebbe un giorno decidere: la sistemazione in ruolo ope legis o con concorsi speciali dei docenti non di ruolo attualmente in servizio\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019On. Giomo cos\u00ec esort\u00f2 i colleghi deputati: \u201cLasciamo la libert\u00e0 all\u2019insegnante, lasciamo la coscienza della libert\u00e0 all\u2019insegnante, particolarmente nelle materie umanistiche\u201d. Questa \u00e8 l\u2019essenza stessa della scuola: l\u2019educazione di chi apprende, la sua formazione, non solo di probabile futuro studioso, ma soprattutto di cittadino, capace di autogovernarsi nel corso della propria vita. Pi\u00f9 avanti, l\u2019Oratore constata che si voleva politicizzare l\u2019universit\u00e0 (ndr: e ci si \u00e8 riusciti) con \u201cdipartimenti di ideologie affini\u201d. Egli denuncia un pi\u00f9 grave rischio: \u201cLa libert\u00e0 d\u2019insegnamento, restaurata dopo la caduta del fascismo, \u00e8 ora esposta ad un attacco ancora pi\u00f9 insidioso e illiberale&#8230; la facolt\u00e0 &#8211; e quindi l\u2019eventuale arbitrio \u2013 concessa al consiglio di dipartimento di determinare i corsi d\u2019insegnamento da impartirsi anno per anno da ciascun docente\u201d.<\/p>\n<p>Per i liberali la severit\u00e0 della ricerca scientifica non pu\u00f2 essere separata dalla libert\u00e0 del ricercatore. Ma l\u2019abolizione della libera docenza, che dava voce alla scienza non ufficiale, non per questo meno valida e necessaria, fu l\u2019inizio del processo di decadenza dell\u2019universit\u00e0. Per di pi\u00f9 tale istituto ci veniva copiato in tutto il mondo, cos\u00ec come i licei, mentre noi l\u2019abolivamo e li vogliamo abolire, subdolamente, annacquandoli. La proposta liberale era e rimane ancora la pi\u00f9 limpida: \u201cTornare alla tradizionale distinzione tra professore ordinario e straordinario\u201d. Di questo orientamento la motivazione \u00e8 limpida e secca: la scienza non va asservita alla politica. Afferma Giomo: \u201cFondati timori si prospettano circa l\u2019emarginazione dei docenti che siano lontani dalla politica e che potrebbero essere oggetto di ingiustificate pressioni da parte delle maggioranze costituite in seno agli organismi investiti di maggiori poteri decisionali, come ad esempio il consiglio di dipartimento\u201d.<\/p>\n<p><em>Lo stato giuridico degli insegnanti \u2013 1973<\/em><\/p>\n<p>Preceduto dal grande sciopero del luglio 1970 e dalle lotte sindacali, a volte non chiare, il discorso alla Camera veniva svolto mentre si preparavano i maxicorsi abilitanti ed i maxiconcorsi: esattamente come oggi. Nulla di nuovo sotto il sole. La cornice fu quella delle violenze e degli assassinii perpetrati dalle Brigate Rosse. Il Parlamento \u00e8 assente, perso ora in scaramucce ora in piccoli e grandi interessi. Il PLI avverte l\u2019errore di sovrapporre i due elementi della contesa: lo stato economico e lo stato giuridico dei docenti, che invece i sindacati artificiosamente confondono. L\u2019intervento si addentra nell\u2019esame degli organi collegiali previsti dai D D, che furono approvati il 31.5.1974.<\/p>\n<p>Giomo richiama i tempi di lavoro non riconosciuti ai docenti; per esempio: la correzione dei compiti, l\u2019aggiornamento, la guida dei ragazzi nelle ore non di lezione, le spese per le assenze; ma il vero problema \u00e8 quello \u201cdella immissione in ruolo degli insegnanti, a condizione che siano in possesso dell\u2019abilitazione e abbiano l\u2019incarico a tempo indeterminato. Questo significa praticamente abolire il sistema dei concorsi a cattedra. Noi non abbiamo tralasciato occasione per combattere questi corsi (abilitanti)\u201d.<\/p>\n<p>Il problema \u2013 dunque \u2013 fu affrontato in Parlamento da Giomo, che afferm\u00f2: \u201cNoi saremo domani (come dice il Rapporto Faure, UNESCO 1972) ci\u00f2 che le istituzioni scolastiche saranno state capaci di farci diventare. Ora uno dei maggiori strumenti di rinnovamento \u00e8 rappresentato indubbiamente da una sempre maggiore idoneit\u00e0 professionale del corpo docente: si pensi al progressivo affermarsi del concetto di educazione permanente. Ebbene, io credo che attraverso questo progetto, che immette oves et boves nei ruoli della scuola italiana, ci allontaniamo evidentemente dai principi dell\u2019educazione permanente, che ci vengono suggeriti anche in campo internazionale. Oggi, quindi il massimo sforzo andrebbe compiuto per perfezionare i processi selettivi della preparazione del corpo docente, per potere affidare le sorti della scuola a persone davvero capaci. Su questo punto l\u2019accordo sembra invece tenere conto pi\u00f9 dell\u2019esigenza di una facile e rapida sistemazione in ruolo del personale docente che non degli interessi superiori della scuola, in quelle prospettive di sviluppo giustamente sottolineate dal Rapporto Faure\u201d.<\/p>\n<p>E ancora: \u201c\u2026Da decenni noi abbiamo lottato con impegno e con tenacia affinch\u00e9 tutti gli insegnanti senza distinzione, dalla scuola materna alla scuola secondaria superiore, siano forniti di laurea. Il principio dell\u2019estensione a tutto il personale docente del requisito della preparazione universitaria ci trova dunque pienamente consenzienti. Il problema si pone, come \u00e8 noto, pi\u00f9 che altro per gli insegnanti della scuola elementare e materna, per i quali \u00e8 ormai convincimento comune che non possa non esigersi una preparazione universitaria. Ai fini della formazione dell\u2019uomo, infatti, l\u2019opera del maestro o dell\u2019insegnante di scuola materna incide in misura non certo inferiore a quella di un docente universitario. \u00c8 fuori di dubbio che una grande responsabilit\u00e0, al fine della formazione degli uomini e dei cittadini di domani, ricada su queste categorie di docenti. Pertanto ogni ulteriore rinvio della riforma dell\u2019attuale sistema di formazione degli insegnanti di queste scuole implicherebbe conseguenze gravissime\u201d. Si arriva oggi, pi\u00f9 di trent\u2019anni dopo! \u201cLa lotta era e rimane, quella tra la societ\u00e0 policentrica, aperta a tutti e il centralismo; ma spesso, di fronte al potere, il virus centralista ed esclusivista esercita sempre il suo grande fascino\u201d.<\/p>\n<p>Giomo fu profeta: trentasei anni dopo le cose non solo non sono cambiate, ma peggio, subdolamente sono cambiate solo in apparenza poich\u00e9 la strombazzata scuola dell\u2019autonomia, a cui quasi tutti per convenienza fingono di credere (Legge n. 59 del 15.3.1997 Bassanini e DPR n. 275 del 8.3.1999 Berlinguer) mantengono saldo il potere centrale. I fatti ci dicono non solo che manca la volont\u00e0 politica per decentrare ma anche \u2013 purtroppo \u2013 che la cosiddetta opposizione di Destra non si \u00e8 opposta a niente. Probabilmente per misere contropartite, che con la scuola e la cultura non hanno nulla da spartire.<\/p>\n<p><em>Relazione al Consiglio Nazionale del PLI &#8211; 1975<\/em><\/p>\n<p>Non essendo pi\u00f9 deputato, egli dedic\u00f2 maggiori energie al Partito a Milano e a Roma. Il Consiglio Nazionale gli chiese di illustrare la situazione della scuola italiana. Egli part\u00ec da un assunto gi\u00e0 sostenuto alla Camera il 12 marzo 1969 del quale riportiamo un passaggio: \u201cOgni provvedimento scolastico presentato finora dai democristiani \u00e8 identificabile come strumento di lotta politica: strumento per il rafforzamento del potere dei singoli o del potere del partito di maggioranza relativa. La scuola vista non come bene comune dalla nazione, ma come instrumentum regni. L\u2019altra politica quella che avrebbe dovuto portare in alto la scuola e le coscienze, rinvigorire i valori morali ed ideali, preparare un nuovo futuro alle venienti generazioni, richiedeva un prezzo troppo alto, il prezzo dell\u2019impopolarit\u00e0, presso tutte quelle categorie di persone che pretendono molto e vogliono o non possono dare che poco. Lo spettacolo della nostra scuola non edificante, se visto dall\u2019interno, lo \u00e8 ancor meno quando lo si raffronti alle scuole di altri paesi pi\u00f9 civili del mondo che, nella grande maggioranza, sono oggi tutte impegnate, dall\u2019est all\u2019ovest in uno sforzo di radicale rinnovamento per potersi adeguare ai nuovi tempi e prepararsi a fronteggiare le nuove esigenze che gi\u00e0 si profilano all\u2019orizzonte. In questi altri Paesi sono state organizzate in modo da essere al tempo stesso scuole di massa e scuole selettive: esse accolgono tutti i giovani, ma operano via via inesorabili selezioni, perch\u00e9 senza selezione, nessuna scuola pu\u00f2 essere feconda di frutti\u201d.<\/p>\n<p>E concludeva: \u201cNoi possiamo ben dire: la scuola muore, ma a chi importa, chi piange per la morte della scuola?\u201d . A noi &#8211; suoi eredi spirituali &#8211; \u00e8 toccato di peggio: la scuola \u00e8 morta, sepolta sotto un cumulo di carte, leggi, leggine, decreti, circolari e stupide ordinanze che la paralizzano.<\/p>\n<p>Egli rivendicava la coerenza dei liberali contro la nazionalizzazione dell\u2019ignoranza e nell\u2019aver sempre sostenuto che \u201cqualsiasi riforma scolastica non poteva dare frutti positivi se non inserita in una seria programmazione a lungo termine che tenesse conto delle esigenze economiche e sociali del Paese\u201d. Di questo limite attribuisce la responsabilit\u00e0 ai comunisti e al centrosinistra nel suo insieme. Dal 1962 \u2013 in effetti \u2013 non si hanno che \u201cminiriforme sotto la spinta della demagogia pi\u00f9 becera\u201d.<\/p>\n<p>Ma a questo siamo arrivati. Dopo un quarantennio, il governo D\u2019Alema ha distrutto tramite Berlinguer l\u2019impianto culturale della nostra scuola e l\u2019opera viene conclusa dal ministro De Mauro: niente pi\u00f9 voti, n\u00e9 interrogazioni, n\u00e9 disciplina: pagella pazza imperversa e disorienta la classe docente. Oggi il governo di centro destra, per insipienza e incapacit\u00e0 progettuale, persegue la stessa linea e gli stessi scopi. Anche chi avverte questo clima e questa contraddizione tace. Per interesse evidente. Il pervicace disegno marxista, alleato con quello post-industriale di Berlusconi, \u00e8 compiuto, grazie anche a una opposizione tanto incapace quanto ignorante e interessata solo alla diffusione dei media, che sono la negazione della cultura e della ponderatezza, e alle privatizzazioni selvagge, non affatto liberali. In realt\u00e0 non dovremmo nemmeno lamentarci: sciolto il PLI, i liberali si sono voluti disperdere, senza costruire pi\u00f9 nulla di originale. La storia delle riforme scolastiche richiamata da Giomo \u00e8 storia di fallimenti e di provvedimenti aulici e di facciata, come la cosiddetta autonomia, dove la retorica stravince.<\/p>\n<p>La riforma dell\u2019Universit\u00e0 sarebbe dovuta procedere di pari passo con quella della secondaria, secondo Giomo e i liberali, ma cos\u00ec non \u00e8 stato e non \u00e8. Non sono mancati i cavalli di Troia come il PRI e la Commissione Biasini, che and\u00f2 ben oltre le gi\u00e0 pericolose linee stabilite dal Convegno di Frascati. Limite principale di quelle conclusioni fu aver proposto la deprofessionalizzazione della scuola media superiore, contraddicendo la conclamata esigenza di anticipare gli studi con \u201cil trasferimento della professionalizzazione all\u2019ambito regionale \u2026 o all\u2019ambito universitario\u201d. Ci\u00f2 avviene oggi (il nuovo obbligo scolastico) con le conseguenze psicologiche, sociali ed economiche, ormai emergenti e visibili.<\/p>\n<p>L\u2019altro versante dello scontro fu la battaglia contro il liceo e il latino ma \u2013 osserva Giomo \u2013 \u201cmentre si voleva eliminare il liceo, la liberalizzazione degli accessi universitari e la riforma degli esami di stato hanno avuto l\u2019effetto di estendere il principio gentiliano della maturit\u00e0 alle prove conclusive di tutte le scuole secondarie superiori licealizzando l\u2019intera fascia dell\u2019istruzione secondaria\u201d. Sicch\u00e9 quel \u201creperto arcaico\u201d com\u2019era definito il liceo nella relazione della proposta comunista, \u00e8 stato assunto a modello onnicomprensivo di tutta la secondaria. Oggi, anche formalmente, questo avviene per effetto della Legge n. 30 del 10.2.2000 la quale all\u2019art. 4 recita: \u201cLa scuola secondaria si realizza negli attuali istituti di istruzione secondaria di secondo grado che assumono la denominazione di licei\u201d. L\u2019assunto si commenta da s\u00e9. Ma si deve notare che, mentre le nazioni come la Francia, dove la liceizzazione forzata \u00e8 in atto da molto tempo, ne denunciano il fallimento, l\u2019Italia scopiazza male e con ritardo errori altrui.<\/p>\n<p>Ma non tutto il PLI era schierato a difesa di quei principi. Talch\u00e9 Giomo accusava il progetto (pdl n. 1437 del 6.5.1977) presentato dal PLI in quegli anni di ricalcare le tesi degli altri partiti e della Commissione Biasini: vale a dire la scuola unitaria e opzionale. E si chiedeva: \u201dIl nostro riformismo non ricalca i vecchi schemi di una scuola statalistica verticistica, di struttura napoleonica piuttosto di realizzare il grande salto di qualit\u00e0 di una scuola aperta di tipo anglo-sassone?\u201d. In quel tempo la segreteria del PLI passava alla sinistra interna, con Segretario Generale l\u2019on. Zanone. Il PLI tornava al governo. Questa novit\u00e0 da sola spiega molte cose.<\/p>\n<p>Concludendo: \u00e8 stato Enrico Berlinguer a dichiarare che \u201clo studio \u00e8 sforzo, tirocinio faticoso, disciplina, come condizione di conoscenza critica della societ\u00e0 e della storia\u201d. E Giomo, dal canto suo, chiosava: \u201cLa coscienza pubblica comincia ad assegnare il valore che meritano, cio\u00e8 nessun valore, alle presenti riforme, ma non si \u00e8 reso un servizio ai giovani specialmente a quelli delle classi pi\u00f9 diseredate i quali si attendono dalla conquista del titolo, non di rado conseguita a prezzo di enormi sacrifici, l\u2019ingresso nel mondo del lavoro poi nel fatto impedito o quanto meno di molto ritardato per la non rispondenza tra il titolo stesso e l\u2019effettivo possesso dei requisiti necessari ad occupare il desiderato posto di lavoro. Ed \u00e8 cos\u00ec avvenuto che tanti tra i disoccupati o i sottoccupati intellettuali, specialmente delle aree meridionali, siano andati ad ingrossare le file dei movimenti politici di estrema destra e di estrema sinistra, nonch\u00e9 quelli extraparlamentari, accrescendo cos\u00ec quell\u2019ondata di disamore, di risentimento, di accuse al regime liberal-democratico, indicato come il nemico dei giovani ed a cui si deve in non lieve misura il discredito che ha investito le istituzioni repubblicane\u201d.<\/p>\n<p>\u201cQuesti dunque sono, a mio avviso, i maggiori problemi che ci tocca di affrontare nell\u2019opera di riforma della scuola secondaria superiore. Su molti di essi vi ho esposto il nostro orientamento; su altri il mio personale pensiero; mi auguro che ora si apra un ampio dibattito che consenta di meglio chiarire i temi, di prospettarne altri, di approfondire la ricerca di idonee soluzioni\u201d. Ed \u00e8 proprio questo che i liberali di oggi, se ancora ce ne sono, dovrebbero fare.<\/p>\n<p><strong>************<\/strong><\/p>\n<p><strong>Guido Sasso (1920-1989)<\/strong><\/p>\n<p>Avvocato e ordinario di diritto negli istituti della tradizione liberale. Domenica, 23 maggio 1976, presso il museo della Scienza e della Tecnica di Milano si tenne il convegno del PLI sul tema: \u201cCostruire insieme la scuola secondaria superiore\u201d. Il convegno fu, in effetti, di portata nazionale ma il clima interno al partito in quel tempo non ne permise un utile sviluppo. Quella giornata di studio fu voluta e organizzata proprio da Guido Sasso.<\/p>\n<p>Erano, allora, in discussione alla Camera diverse proposte di legge di riforma della secondaria il PLI aveva partecipato alla formulazione del pdl presentato dal governo, allora presieduto da Giulio Andreotti. Il PLI avrebbe presentato poi una propria proposta. Scopo del convegno era presentare bene un quadro d\u2019insieme di tutte le proposte in discussione e raccogliere pareri che arricchissero quella che gli uffici del partito stavano elaborando. Sasso predispose un numero speciale, il n\u00b0 4 dell\u2019aprile 1976, ormai introvabile, del mensile Incontri Liberali, edito dal Gruppo Regionale Liberale, in cui, senza alcun commento di parte, i testi integrali di tutte le proposte di legge venivano comparati.<\/p>\n<p>Leggiamo nella presentazione da lui scritta: \u201cL\u2019invito a partecipare al nostro convegno \u00e8 rivolto in primo luogo a quanti, operando nel mondo della scuola, hanno potuto maturare quella esperienza che \u00e8 senza dubbio il punto di partenza per lo studio di una organica riforma della nostra scuola secondaria superiore. Riteniamo per\u00f2 che sia altrettanto utile l\u2019apporto di quanti, rappresentando le categorie imprenditoriali e quelle dei lavoratori, sono maggiormente in grado di rappresentare le esigenze del mondo produttivo in cui i giovani hanno il diritto di inserirsi, convinti come siamo che le possibilit\u00e0 di questo loro inserimento siano strettamente connesse con la loro esperienza scolastica\u2026I Gruppi parlamentari liberali, che hanno a suo tempo partecipato alla formulazione del progetto Andreotti, hanno allo studio un nuovo progetto, ma intendono conoscere, prima di ulteriori determinazioni, i pareri che \u2013 ci auguriamo numerosi \u2013 verranno espressi in occasione del nostro Convegno. Da qui un caloroso invito a Loro tutti, nella speranza di poter contare su una partecipazione numerosa, a che vogliano farci partecipi della loro esperienza, nella fiducia di poter raggiungere risultati veramente costruttivi nell\u2019interesse della nostra scuola e della nostra societ\u00e0\u201d. Cos\u00ec la proposta di legge liberale n\u00b0 1437 effettivamente presentata alla Camera il 6 maggio 1977, a firma Zanone, Bozzi, Costa, Malagodi, Mazzarino, fu arricchita dalle idee esposte e raccolte in quella occasione.<\/p>\n<p>Successivamente a Milano presso l\u2019Aerhotel Executive il 28 ottobre 1979, l\u2019avv. Sasso da tempo consigliere regionale contribu\u00ec con una propria relazione al convegno di studio sul tema \u201cLa figura e la professionalit\u00e0 del Docente e del Dirigente: problema vitale della scuola\u201d, organizzato dall\u2019Ufficio Scuola Provinciale e dalla Direzione Provinciale del PLI milanese. Il convegno segn\u00f2 la prima \u201cuscita pubblica\u201d di Salvatore Valitutti in veste di neoministro della Pubblica Istruzione.<\/p>\n<p>La relazione introduttiva fu tenuta da Egidio Sterpa, membro Commissione P.I. Camera dei Deputati, altre comunicazioni da me e dal Prof. Guido Martina. Prima del convegno andai a trovare l\u2019avvocato Sasso nel suo studio per sottoporgli il mio intervento, ma rifiut\u00f2 di leggerlo: \u201cCaro D\u2019Elia, sappiamo tutti come si cucina la minestra. Ho fiducia\u201d. Tra i numerosi presenti, che assicurarono un grande successo di stampa e di pubblico qualificato, citiamo il Prof. Vincenzo Tortoreto, Provveditore agli Studi di Milano, ed i rappresentanti dei partiti, dei sindacati, delle amministrazioni locali e della stampa.<\/p>\n<p>Ma Sasso dispieg\u00f2 pienamente le sue capacit\u00e0 di amministratore pubblico durante il suo mandato di assessore regionale ai problemi dell\u2019Energia (1982-1985). Oggi diremmo, pi\u00f9 genericamente, ambiente. Egli fu il primo assessore formalmente incaricato di seguire un problema nuovo per gli italiani, percorrendo e indicando le linee di politica energetica che lo Stato e le altre regioni avrebbero poi ricalcato in buona parte.<\/p>\n<p>Allora trattare di energia significava muoversi in un campo minato e sconosciuto, per gli interessi diversificati che ruotavano e ruotano intorno al problema; e soprattutto perch\u00e9 nessuno sino ad allora sapeva cosa fare. La Regione Lombardia e l\u2019Assessore Sasso precorsero i tempi impostando attivit\u00e0 che oggi sembrano ovvie. Tra le numerose iniziative ricordiamo quella di istituire sgravi fiscali e contributi per le aziende che risparmiavano sull\u2019energia (Gazzetta di Mantova, 19.11.83) e sull\u2019uso di questa a favore dell\u2019agricoltura (Giornale di Brescia, 14.12.83). Nel marzo dell\u201984 fu costituito il \u201cCoordinamento tra le Regioni per incentivare il risparmio energetico\u201d, nella prima riunione ne fu nominato coordinatore l\u2019Assessore Sasso (Il Giorno, 31.3.84). La lunga nota che segue \u00e8 tratta dai tre articoli citati e quindi va letta riportandosi al clima degli anni Ottanta.<\/p>\n<p>Quella dell\u2019energia \u00e8 la voce pi\u00f9 consistente nel deficit della nostra bilancia dei pagamenti. Una voce che significa pi\u00f9 di trentamila miliardi di lire all\u2019anno. Non stupisce quindi se il termine energia \u00e8 collegato in stretto binomio con quello di risparmio. Un risparmio possibile, ma spesso trascurato. Eppure oggi non mancano apparecchiature, incentivi, campagne promozionali che costituivano la lacuna di un tempo. Del periodo in cui si era incominciato a capire che i tempi dello spreco energetico non sarebbero ritornati mai pi\u00f9 e che l\u2019energia, sotto qualsiasi forma, \u00e8 un bene prezioso del quale occorre fare l\u2019uso pi\u00f9 oculato. Le prime campagne per sensibilizzare i cittadini al risparmio energetico non hanno superato la barriera goliardica delle domeniche a piedi, con la circolazione delle vetture a targhe alterne: i disagi furono, allora, superiori al risparmio e la stessa campagna di sensibilizzazione fin\u00ec per essere ben presto abbandonata. Gli incentivi migliori al risparmio, tutto sommato, sono stati la bolletta del riscaldamento e il prezzo della benzina, in continuo aumento. Forse lo scotto pagato dagli automobilisti non ha impedito di continuare a usare l\u2019autovettura come nei tempi di abbondanza energetica (anche perch\u00e9 l\u2019auto serve spesso per lavorare o per recarsi al lavoro e non sempre i servizi pubblici di trasporto sono efficienti) ma certamente l\u2019alto costo del riscaldamento ha indotto i cittadini a correre ai ripari. Non sono mancate le leggi, la pi\u00f9 famosa delle quali \u00e8 la 373, approvata nel 1976, ma entrata in vigore soltanto nel 1978. Prescrive una temperatura massima di venti gradi, negli appartamenti, e l\u2019erogazione dell\u2019acqua per usi sanitari e domestici non superiore ai 48 gradi. Altra legge in materia di risparmio energetico \u00e8 la 308 del 1982. Prevede incentivi a fondo perduto, con contributi fino al 30 per cento per coloro che modificano o sostituiscono gli impianti generatori e i sistemi di calore, per ottenere un risparmio di energia. Per poter operare meglio, i venti assessori regionali che hanno competenza in materia di energia hanno dato vita, da tempo, a un Coordinamento nazionale. Nel corso della prima riunione di questo nuovo organismo interregionale, svoltasi il 2 febbraio scorso a Firenze, \u00e8 stato nominato coordinatore l\u2019assessore all\u2019Energia per la Lombardia, Guido Sasso. Ciascuna Regione far\u00e0 piani particolari. \u201cAbbiamo deciso \u2013 dice l\u2019assessore Sasso \u2013 di non effettuare interventi a pioggia, ma interventi per progetti significativi, grazie ai quali sia possibile un consistente risparmio energetico\u201d. Viene pertanto considerato, nell\u2019attribuzione del contributo, il rapporto di consumo energetico prima e dopo l\u2019intervento. Particolarmente interessati da questi contributi risultano quindi i grossi impianti. \u201cOvviamente \u2013 continua Sasso \u2013 il risparmio energetico pu\u00f2 essere conseguito da chiunque, anche nella climatizzazione degli edifici civili. L\u2019incentivo, a questo riguardo, \u00e8 importante. \u00c8 un incentivo che non deve essere considerato fine a se stesso, ma che ha un significato al di l\u00e0 del contributo che la Regione pu\u00f2 dare. Faccio un esempio. Se diamo un contributo a chi installa i doppi vetri, non significa che la bont\u00e0 dell\u2019operazione-vetri \u00e8 legata alla parziale copertura della spesa, grazie ai fondi della legge 308: sostituire i vetri \u00e8 sempre conveniente, se si risparmia energia. Ed \u00e8 un\u2019operazione che pu\u00f2 essere pubblicizzata proprio da coloro che l\u2019hanno fatta per primi, utilizzando il contributo regionale\u201d. Risparmia energia, se vuoi altra energia, dice lo slogan coniato da Guido Sasso. E far\u00e0 piacere ai lombardi sapere che il loro assessore adopera, per appunti, il rovescio dei fogli gi\u00e0 scritti, anzich\u00e9 gettarli nel cestino della carta straccia. Nessuno, probabilmente, avverte i benefici di questo risparmio, ma se tutti facessero cos\u00ec\u2026<\/p>\n<p>Allo scadere della legislatura, Sasso riassunse il suo lavoro nel volumetto intitolato La stampa italiana ha parlato di Guido Sasso assessore Regionale ai problemi dell\u2019Energia. Nella presentazione leggiamo: \u201cTra le mille cose che vorrei dire che ho fatto per dimostrare riconoscenza a chi con il suo voto ha fatto s\u00ec che fossi eletto Consigliere della Regione Lombardia, mi pare di poter affermare che la mia attivit\u00e0 politica si \u00e8 incentrata, nel corso dell\u2019ultima legislatura, sulla affatto nuova attivit\u00e0 di Assessore regionale ai Problemi dell\u2019Energia. Ho fatto tutto quello che mi prefiggevo? In coscienza mi sento di poter affermare che ho fatto tutto quello che ho potuto. Ho fatto bene oppure ho fatto male? Non spetta a me dirlo, altrimenti correrei il rischio di cadere anch\u2019io in un\u2019operazione di maquillage. Ecco perch\u00e9 ho pensato di farlo dire dagli altri, dai giornalisti, da tutti quei giornali che nel corso di questi anni hanno parlato di me. Attraverso questa rassegna di ritagli di stampa si pu\u00f2 rivivere la mia opera di liberale al servizio del cittadino elettore che avr\u00e0 cos\u00ec un mezzo in pi\u00f9 per poter giudicare e votare pi\u00f9 liberamente\u201d.<\/p>\n<p>Non fu rieletto. Scomparve l\u201911 luglio 1989 per un male incurabile.<\/p>\n<p><strong>************<\/strong><\/p>\n<p><strong>Conclusione provvisoria (perch\u00e9 per i liberali nulla \u00e8 definitivo)<\/strong><\/p>\n<p>Il 19 aprile 1999, il 28 aprile 2000 a Milano e il 23 aprile 2001 a Messina tenni le prime tre conversazioni sui liberali che ho conosciuto. Questa \u00e8 l\u2019ultima.<\/p>\n<p>L\u2019esigenza originaria fu quella di richiamare alla mia mente, prima che agli ascoltatori, le figure principali di un segmento della nostra storia; ma via via che il discorso procedeva, si mutava in un\u2019indagine sull\u2019evoluzione della politica scolastica del Partito Liberale Italiano e sui motivi del suo arenarsi, gi\u00e0 qualche anno prima della sua fine e del cambiamento della scuola italiana, come traspare dai discorsi e dalle azioni, non solo dei liberali. Le precedenti relazioni si concludevano elencando alcune libert\u00e0: quella di lottare per le proprie convinzioni politiche e religiose; quella di affermare e soddisfare i nuovi diritti, determinati dalla trasformazione della societ\u00e0, che non \u00e8 pi\u00f9 solo nazionale o continentale, bens\u00ec planetaria.<\/p>\n<p>Qui ne richiamo un\u2019altra ancora: la libert\u00e0 dall\u2019ignoranza. \u00c8 la pi\u00f9 delicata e difficile da riconoscere, rispettare e attuare, ma resta la prima e fondamentale. Come la stella polare, essa \u00e8 presente nella vita e nell\u2019opera dei liberali: \u00e8 teoria e prassi. I grandi Maestri che ho conosciuto lo testimoniano. Essi dimostrano come il cittadino possa attingere la consapevolezza di essere non atomo, ma parte consapevole di un tutto, che l\u2019equilibrio dei singoli pu\u00f2 rendere pi\u00f9 armonico. Da qui la convinzione che, prima di legiferare, l\u2019uomo politico deve cogliere il contributo del cittadino e creare le occasioni perch\u00e9 questo possa manifestarsi. Nuocciono a tutti, nel campo sociale, le verit\u00e0 rivelate e imposte; alle leggi, infatti, si chiede di regolare le libert\u00e0, non di negarle. \u201cGli abusi possono essere contrastati solo riprendendo a pensare\u201d, come scrisse Malagodi.<\/p>\n<p>Ma in che cosa questi liberali differiscono dagli uomini di altre parti politiche? Ci risponde Benedetto Croce, quando disegna il profilo della Destra Storica: \u201cUomini per cui la libert\u00e0 importava la spontanea autorit\u00e0 del sapere, della rettitudine, della capacit\u00e0, in grado di scegliere il pubblico bene, di esprimere il coraggio della verit\u00e0, sdegnando come ciarlataneria l\u2019oratoria dei demagoghi o come arte di corruttela la combinatoria degli interessi individuali o regionali o dei gruppi\u201d. Ciascuno di loro potrebbe dire di s\u00e9: \u201ccursum consummavi, fidem servavi\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Lezione della Scuola di Liberalismo di Milano &#8211; 22 aprile 2002 Salvatore Valitutti (1907-1992) \u201cLa riforma intellettuale e morale degli italiani\u201d (Francesco De Sanctis, Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d\u2019Italia nel 1861) fu\u00a0il concetto al quale si ispir\u00f2 Valitutti.\u00a0Da sempre il Partito Liberale Italiano e, pi\u00f9 in generale, i liberali, riconoscono il posto d\u2019onore<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":3835,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[131],"tags":[],"class_list":{"0":"post-3818","1":"post","2":"type-post","3":"status-publish","4":"format-standard","5":"has-post-thumbnail","7":"category-lezioni"},"amp_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.scuoladiliberalismo.it\/homepage\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3818"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.scuoladiliberalismo.it\/homepage\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.scuoladiliberalismo.it\/homepage\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.scuoladiliberalismo.it\/homepage\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.scuoladiliberalismo.it\/homepage\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=3818"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.scuoladiliberalismo.it\/homepage\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3818\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3819,"href":"https:\/\/www.scuoladiliberalismo.it\/homepage\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3818\/revisions\/3819"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.scuoladiliberalismo.it\/homepage\/wp-json\/wp\/v2\/media\/3835"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.scuoladiliberalismo.it\/homepage\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=3818"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.scuoladiliberalismo.it\/homepage\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=3818"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.scuoladiliberalismo.it\/homepage\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=3818"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}