{"id":3805,"date":"2018-11-20T15:32:04","date_gmt":"2018-11-20T15:32:04","guid":{"rendered":"https:\/\/www.scuoladiliberalismo.it\/?p=3805"},"modified":"2018-11-20T15:32:04","modified_gmt":"2018-11-20T15:32:04","slug":"luigi-caligaris-il-ruolo-delle-istituzioni-in-una-democrazia-liberale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.scuoladiliberalismo.it\/homepage\/luigi-caligaris-il-ruolo-delle-istituzioni-in-una-democrazia-liberale\/","title":{"rendered":"LUIGI CALIGARIS &#8211; Il ruolo delle istituzioni in una democrazia liberale"},"content":{"rendered":"<p><em>Lezione della Scuola di Liberalismo di Milano &#8211; 27 marzo 2000<\/em><\/p>\n<p>Il mio intervento non sar\u00e0 di tipo accademico ma piuttosto una chiacchierata fra liberali, fatta un po\u2019 di teoria e un po\u2019 di pratica. La pratica viene da varie esperienze politiche e istituzionali, italiane ed estere, quale collaboratore dell\u2019esecutivo negli anni Ottanta e, di recente, quale parlamentare e membro del direttivo di un partito. La teoria mi viene da una congerie di frequentazioni e di studi che mi pare inutile citare.<\/p>\n<p>Innanzitutto una premessa. Che il nostro paese sia politicamente malato, nessuno credo s\u2019azzarda a smentirlo. Detto questo, le cure che propongono sono per la maggior parte di natura partitica, e i partiti chiamati a consulto al suo capezzale si limitano a contrapporre diversi tipi di coalizione e di riforma elettorale, ove ritengano che ci\u00f2 convenga loro per accrescere il proprio paniere di voti. Ci\u00f2 dimostra (ed io questo contesto) come i programmi di una parte o dell\u2019altra non siano un credibile impegno politico ma solo parte strumentale del gioco. Cio\u00e8 si fanno e si disfano in linea con un solo obiettivo: la vittoria elettorale. La cosa sarebbe comprensibile se quel desiderio di vittoria nascesse dalla voglia di dare un buongoverno al Paese ma, cos\u00ec come oggi stanno le cose, vi \u00e8 motivo di credere che a determinare quest\u2019ansia di vincere sia soprattutto l\u2019irrefrenabile voglia di comandare e il desiderio di garantire ai beati possidentes, ai fortunati vincitori, la stabilit\u00e0 di poltrona, anzich\u00e9 la stabilit\u00e0 di governo.<\/p>\n<p>A discorrere con chi quei rimedi sostiene, ci si rende infatti conto come essi non siano tagliati su misura per curare il malato-Paese, ma piuttosto per favorire il medico, cio\u00e8 quella parte politica, che riesce a imporre la propria cura, magari aggiungendo ingredienti incompatibili, solo perch\u00e9 graditi ad altri il cui sostegno accresce le probabilit\u00e0 di vittoria. Il caso di Rifondazione Comunista nel centro sinistra e quello della Lega Nord nel centro destra, sono solo i pi\u00f9 noti.<\/p>\n<p>Ma, per governare una societ\u00e0 avanzata e complessa come quella italiana, non basta certo collocare al Governo una forza politica dotata di maggioranza numerica (non di rado politicamente frammentaria e conflittuale) n\u00e9 l\u2019auspicabile qualit\u00e0 dei ministri: almeno altrettanto conta la congruit\u00e0 dei programmi e l\u2019affidabilit\u00e0 delle istituzioni che devono portarli a compimento.<\/p>\n<p>La politique d\u2019abord, l\u2019invadenza della politica nella Prima Repubblica, ha dimostrato sul campo i suoi limiti nell\u2019amministrare l\u2019Italia. La corruzione emersa con Mani Pulite \u00e8 solo uno, e forse neppure il peggiore dei sintomi. L\u2019amministrazione di uno Stato non pu\u00f2 essere in bal\u00eca di impulsi politici (vedi, ad esempio, la mobilitazione frettolosa e inconsulta delle forze dell\u2019ordine a ogni segnale di recrudescenza della criminalit\u00e0), talora estemporanei e contraddittori, che non lasciano segno perch\u00e9 non vengono mai tradotti in azione continua, competente, rigorosa ed efficace da parte delle istituzioni. Se anche la cura elettorale e la qualit\u00e0 del governo fossero le migliori possibili, il malato-Paese continuerebbe a stare male: prima di tutto bisogna curare il frammentato e frastornato corpo dello Stato, ossia le istituzioni.<\/p>\n<p>Da loro infatti, e in non piccola parte, dipende il buono o cattivo esito della politica e di questo sono profondamente convinti i Paesi occidentali politicamente pi\u00f9 avveduti. In Italia invece \u00e8 un argomento che non ha lettori n\u00e9 audience: se ne parla assai poco, quasi che le istituzioni altro non siano che manovalanza a disposizione della politica dei partiti. Quanto ci\u00f2 sia sbagliato (rimaniamo all\u2019esempio di prima) lo dimostrano i preoccupanti contrasti fra le forze dell\u2019ordine, in larga parte attribuibili a cattiva gestione politica.<\/p>\n<p>Nel mondo occidentale \u00e8 convinzione generalizzata che la politica sar\u00e0 sempre pi\u00f9 condizionata dal contributo che le vorranno e sapranno dare le istituzioni, il cui potere e autonomia sono destinati ad aumentare parallelamente alla complessit\u00e0 delle loro funzioni, costrette a misurarsi con incognite crescenti dentro e fuori i confini. Motori indispensabili dello Stato, esse condizionano, nel bene e nel male, l\u2019azione politica. Che vogliano e siano in grado di collaborare criticamente con la politica dipende in primo luogo dalla loro motivazione.<\/p>\n<p>Si tratta quindi di capire, oggi in Italia, chi e che cosa le istituzioni siano chiamate a servire e come lo vogliano fare. La risposta scontata in merito al destinatario della loro lealt\u00e0 \u00e8: \u201cohib\u00f2! la Patria \u201c. Quanto al \u201ccome\u201d, ci sarebbe da meravigliarsi se qualcuno osasse obiettare che solo il \u201csenso dello Stato\u201d le ispira, magari condendo il tutto con un pistolotto sulle comuni virt\u00f9 di Patria e Stato. Sono per\u00f2 risposte che convincono poco.<\/p>\n<p>Infatti, la Patria \u00e8 in Italia pi\u00f9 ignota del milite ignoto. \u00c8 oggi poco pi\u00f9 di una espressione retorica rispolverata, dopo cinquant\u2019anni di oblio, solo perch\u00e9 torna comodo alla classe dirigente dare agli italiani, a basso costo politico, una coesione nazionale da lei compromessa. Se per\u00f2, per dare corpo alla Patria, non basta la condivisione del suolo, del sangue, della lingua, della storia n\u00e9 di comuni consuetudini plurisecolari si pu\u00f2 ben capire quanto poco servano i goffi e stucchevoli riti propiziatori messi in opera da una classe politica che della Patria, nel migliore dei casi, non potrebbe importare di meno.<\/p>\n<p>La Patria, sostiene Rousseau, varia da nazione a nazione: \u201cPu\u00f2 essere dominante e onnipotente in un popolo o ignota, senza alcun vigore, in un altro. La sapienza delle leggi e del governo la introducono, la consolidano, l\u2019espandono, l\u2019invigoriscono. I vizi l\u2019indeboliscono, l\u2019escludono, la proscrivono\u201d. Amor patrio e senso dello Stato vanno quindi di pari passo e sono entrambi condizionati dalla qualit\u00e0 della politica e delle istituzioni.<\/p>\n<p>Questa tesi \u00e8 ampiamente condivisa nelle nazioni politicamente evolute e soprattutto dalla cultura anglosassone, i cui autorevoli esponenti sono convinti che quando la politica e le istituzioni sono sane e motivate, esse &#8220;ottimizzano il potenziale e l&#8217;influenza di una nazione&#8221; (Sprout, 1962). \u00c8 anche vero l\u2019opposto: cio\u00e8 che vi sono \u201dnazioni impedite ad agire dalle loro stesse istituzioni\u201d (Blount, 1957). Trova ampia conferma, anche in anni recenti, la convinzione e che \u201cvi sono culture e istituzioni politiche che contraddicono le esigenze della nazione\u2026 (e) privando di Stato una popolazione omogenea, la lasciano in grave sofferenza\u201d (Gellner, 1991). E qui mi fermo, evitando di entrare il merito a un tema che in passato ha coinvolto in Italia fra gli intelletti migliori e che oggi sta emergendo con difficolt\u00e0 per colpa di mezzo secolo di oscurantismo politico e dell\u2019intelligenza che gli ha tenuto bordone.<\/p>\n<p>A questo punto, secondo l\u2019opinione corrente, il problema della inadeguatezza delle nostre istituzioni si potrebbe facilmente risolvere attribuendo cariche politiche e istituzionali a persone dotate di grande intelligenza, cultura e valore civico, magari esigendo da loro la frequenza di scuole ad hoc prestigiose (come avviene in Francia dove, fra i governanti e gli alti funzionari, civili e militari, abbondano gli allievi dell\u2019ENA e dell\u2019<\/p>\n<p>\u00c9cole Politechnique).<br \/>\nNon vi \u00e8 dubbio che un tale rimedio contribuirebbe a migliorare il livello della classe dirigente del pubblico impiego e, quindi, delle istituzioni. Tuttavia, a prescindere che tale riforma non ha speranza di essere attuata per la resistenza opposta dalle stesse istituzioni, pervicaci nell\u2019opporsi a criteri di competenza e di merito, chi propone un siffatto cursus honorum, lastricato di studi, pare che voglia ignorare che fino agli inizi degli anni Ottanta, ossia prima della degenerazione della Prima Repubblica, anche in Italia esisteva (ed esiste) una Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, n\u00e9 difettavano persone di qualit\u00e0, nella politica come nelle istituzioni, n\u00e9 tuttora mancano universit\u00e0 di prestigio pari alle pi\u00f9 celebrate accademie straniere. Semmai ci sarebbe da chiedersi perch\u00e9 oggi politica e istituzioni non attraggano persone di qualit\u00e0 e perch\u00e9 scimmiottare, in questo solo campo, le altre nazioni faccia sperare nella soluzione del problema. Il caso della menzionata Scuola d\u2019Amministrazione, di cui \u00e8 noto il pi\u00f9 che modesto livello, consiglia di non percorrere solo questa strada.<br \/>\nPuntare sulla qualit\u00e0 degli uomini, nella politica come nelle istituzioni, non \u00e8 mai stata una agevole via da percorrere. Gi\u00e0 nel XIX secolo, cos\u00ec commentava Tocqueville la situazione americana: \u201dNei giorni presenti, raramente gli uomini pi\u00f9 capaci occupano cariche pubbliche\u2026 il popolo non solo non sa scegliere uomini che realmente meritino fiducia ma spesso non ha neppure voglia di trovarli\u2026 mentre istintivamente gli uomini migliori evitano l\u2019arena politica, in cui \u00e8 troppo difficile conservare la propria indipendenza o fare carriera senza diventare servili&#8230;\u201d.<br \/>\nOggi assai pi\u00f9 di allora, attrarre uomini di qualit\u00e0 per la politica e le istituzioni \u00e8 impresa difficile, soprattutto in Paesi in cui entrambe sono affette da grave crisi di motivazione e credibilit\u00e0. \u00c8 pertanto importante per prima cosa rimettere ordine nella vita pubblica assicurandole regole che ripristino la fiducia dei cittadini nello Stato, imponendo alla politica e alle istituzioni un percorso di libert\u00e0, democrazia e competenza.<br \/>\nFra queste regole, ricordiamo quelle della separazione dei poteri primari (legislativo, esecutivo, giudiziario) e degli equilibri e controlli fra loro, da estendere anche ai rapporti fra poteri politici (alternanza al governo, confronto fra maggioranza e opposizione, ecc.), fra istituzione e politica. Sono contrari a questa logica, la prevaricazione di uno o pi\u00f9 poteri su altri, magari a nome dell\u2019emergenza, della tempestivit\u00e0 e dell\u2019efficienza, come i tentativi di attenuare la separazione di ruoli fra parti politiche (consociativismo), nonch\u00e9 fra potere politico e istituzioni.<br \/>\nLa tendenza a modificare l\u2019equilibrio fra i poteri, non \u00e8 di per s\u00e9 cosa esecrabile, anzi \u00e8 contestuale alla dinamica della politica e ogni attore del sistema ha talvolta buone ragioni per rivendicare maggiore influenza. Il fight for the turf, ovvero la lotta per il proprio orticello, pu\u00f2 essere anche salutare espressione di competitivit\u00e0 ed \u00e8 motivo di preoccupazione solo quando crea strapotere, alterando in modo surrettizio il sistema della separazione e dell\u2019equilibrio.<br \/>\nNel dopoguerra, in l\u2019Italia, l\u2019equilibrio dei poteri \u00e8 stato alterato a norma di Costituzione, legittimando la prevalenza del Legislativo sull\u2019Esecutivo: \u00e8 stata una scelta che ha profondamente segnato il tormentato percorso della Prima Repubblica, caratterizzata da Governi deboli e di breve durata, costretti a dipendere dal consenso del Legislativo per la propria sopravvivenza. Quando la Prima Repubblica \u00e8 entrata in crisi con Mani Pulite, il Giudiziario si \u00e8 avvalso del vuoto politico che ne \u00e8 derivato, per esigere pi\u00f9 influenza e potere. Oggi pare che sia il momento della rivincita dell\u2019Esecutivo che travalica con disinvoltura la sfera di competenza del Legislativo, il quale fa poco del resto per meritarsi le prerogative che la Costituzione gli ha generosamente donato.<br \/>\nIn sua parziale difesa, si pu\u00f2 tuttavia dire che il Legislativo non \u00e8 strutturato per esercitare il proprio ruolo a fronte d\u2019una domanda sempre pi\u00f9 esigente, varia e impellente e gli riesce difficile anche la sola funzione di controllo dell\u2019Esecutivo, per la complessit\u00e0 e molteplicit\u00e0 degli atti da esaminare. Concorrono alla sua delegittimazione, la proliferazione dei decreti governativi e delle leggi delega, l\u2019invadenza non trasparente di lobbies di vario tipo, le difficolt\u00e0 opposte dalle istituzioni all\u2019accesso di dati e informazioni e altro ancora.<br \/>\nCome gi\u00e0 detto, l\u2019indebolimento del Legislativo non \u00e8 fenomeno solo italiano. Tutt\u2019altro. Oggi, in ogni Stato evoluto, l\u2019Esecutivo si ritaglia un ruolo crescente e, su questa linea, sempre pi\u00f9 rilevanti porzioni di potere gli sono attribuite anche in Paesi, quali gli Stati Uniti, dove il Legislativo storicamente ha forti poteri e dove la spinta al decentramento \u00e8 antica quanto l\u2019unit\u00e0 della nazione.<br \/>\nA contribuire alla crescita di potere dell\u2019Esecutivo provvede l\u2019esigenza di metterlo in condizione di esercitarlo, requisito che im<\/p>\n<p>pone un salto di qualit\u00e0 delle istituzioni che sono chiamate a servirlo. \u00c8 un processo inevitabile e indispensabile ma non indolore, non solo perch\u00e9 rischia di emarginare ulteriormente il Legislativo, ma anche perch\u00e9 l\u2019accentramento, motivato da esigenze di tempestivit\u00e0 ed efficienza, porta alla contrazione del numero dei decisori politico-istituzionali e alla formazione di una sempre pi\u00f9 esclusiva catena decisionale, a totale scapito della trasparenza e del controllo. Preoccupa in questo contesto l\u2019infantile eccitazione dei nostri mass media allorch\u00e9 presentano, senza alcuna dovuta riserva, le cosiddette stanze dei bottoni con i loro illustri ospiti. Desta preoccupazione perch\u00e9, seppure sia vero che l\u2019Italia sta compiendo passi avanti sul profilo dell\u2019efficienza, \u00e8 anche vero che non va di pari passo la doverosa revisione dei ruoli e dei modus operandi.<br \/>\nImporta quindi<\/p>\n<p>che la crescita di potere dell\u2019Esecutivo non sia incontrollata. Il ruolo del Legislativo su questo tema resta fondamentale purch\u00e9 esso sappia e voglia mantenere una sua autonomia e l\u2019opposizione faccia responsabilmente la sua parte. La contesa politica fra Legislativo ed Esecutivo \u00e8 di fronte agli occhi di tutti mentre \u00e8 difficile da osservare, controllare e contenere lo stabilirsi di eventuali rapporti impropri, cio\u00e8 non di collaborazione bens\u00ec di pedestre subordinazione o ancor peggio di complicit\u00e0, fra Governo e istituzioni. Una democrazia liberale deve sapere opporsi all\u2019insorgere di queste tendenze.<br \/>\nGi\u00e0 agli inizi del XIX secolo, negli Stati Uniti destava preoccupazione lo strapotere della maggioranza che, per la sua influenza sull\u2019Esecutivo, era in grado di condizionare e mortificare l\u2019intero apparato istituzionale. Si temeva che, in tal modo, si venisse a formare un invisibile e illegittimo Quarto Potere, alterando artificiosamente l\u2019equilibrio dei poteri. Quel rischio \u00e8 poi svanito, anche a causa di varie contromisure che quella democrazia ha voluto e saputo adottare e il titolo di Quarto Potere l\u2019hanno ereditato i mass media. Come e quanto essi ancora lo meritino, soprattutto in Italia, varrebbe la pena discutere, ma non in questa sede.<br \/>\nIn teoria, oggi il rischio di strumentalizzazione delle<\/p>\n<p>istituzioni da parte del potere politico si \u00e8 molto attenuato. La complessit\u00e0 dell\u2019amministrazione pubblica non pu\u00f2 non conferire potere a chi conosce gli ingranaggi della macchina dello Stato. La consapevolezza della maggiore importanza del proprio ruolo, associata al mitico senso dello Stato, dovrebbe quindi indurre le istituzioni a privilegiare la propria funzionale autonomia nel quadro di un responsabile rapporto di collaborazione con la politica. Ancor pi\u00f9 che in passato, la non ingerenza dovrebbe essere la chiave di lettura del loro rapporto. Ci\u00f2 presuppone per\u00f2 che il corpo istituzionale sia consapevole del proprio ruolo e sia refrattario a ogni strumentalizzazione. Si pu\u00f2 forse dire che questo sia il caso dell\u2019Italia?<br \/>\nNon pare proprio. In Italia, l\u2019asservimento delle istituzioni ai partiti \u00e8 cresciuto soprattutto dalla met\u00e0 degli anni Settanta, con l\u2019accordo politico battezzato solidariet\u00e0 nazionale, degenerato nell\u2019intesa definita consociativismo. Quel processo \u00e8 stato realizzato in pi\u00f9 modi: nell\u2019abuso di discrezionalit\u00e0 governativa nelle nomine di vertice nello Stato e nel parastato; nella strumentalizzazione da parte dei partiti anche della Corte Costituzionale; nella progressiva anemizzazione di organismi con funzione di consulenza e controllo (quali il Consiglio Superiore della Difesa); nel ridimensionamento del ruolo di istituti di controllo che infastidiscono l\u2019Esecutivo (Corte dei Conti); nella personalizzazione dei rapporti fra membri di Governo e vertici istituzionali cui per\u00f2 si nega l\u2019accesso alle sedi collegiali (Consiglio dei Ministri); nel prevaricante ingresso a titolo provvisorio (Gabinetti) o permanente nella funzione pubblica di elementi di partito, nella promozione di organi sindacali o parasindacali politicamente orientati e alternativi alle lealt\u00e0 istituzionali; nelle corsie preferenziali di carriera per funzionari legati a un partito o nella sua area di influenza.<br \/>\nSe prima un burocrate, militare o civile, non si azzardava o riteneva improprio accedere a una sede di partito, oggi la frequentazione fra esponenti di partito e funzionari \u00e8 consuetudine. La penetrazione po<\/p>\n<p>litica nelle istituzioni \u00e8 cosa praticata in tutto il mondo. Il guaio \u00e8 che in Italia trova assai meno resistenza e viene condotta con spregiudicata assenza di trasparenza. \u00c8 un po\u2019 come l\u2019araba Fenice: \u201cche ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa\u201d.<br \/>\nIn questo modo si \u00e8 venuto progressivamente a legittimare il massiccio e crescente ingresso dei partiti nelle istituzioni. Mentre la magistratura era stata infiltrata dalla sinistra dal dopoguerra in poi, fino agli anni Ottanta la diplomazia, le forze dell\u2019ordine e le forze armate restavano terreno vergine per la politica. Con la sindacalizzazione e la smilitarizzazione delle forze di polizia, si \u00e8 aperta la strada non solo a un contenzioso permanente e assai serio all\u2019interno delle forze dell\u2019ordine ma anche a un connubio sempre pi\u00f9 stretto fra partiti, in specie quelli che formano l\u2019Esecutivo, e istituzioni. Ed \u00e8 solo per la bellicosit\u00e0 degli esponenti sindacali di polizia e carabinieri che \u00e8 dato modo agli italiani di accorgersene. La politicizzazione della diplomazia e quella delle forze armate, seppure in crescita, non sono invece facilmente avvertibili. Il monito di De Gaulle di lasciare al politica fuori da quelle istituzioni, perch\u00e9 atta a corromperle, non ha avuto ascolto in Italia.<br \/>\nSe la lottizzazione sposata al consociativismo \u00e8 mater certa di questo fenomeno, paradossale \u00e8 che la sua attenuazione abbia peggiorato le cose. La regola dell\u2019asso pigliatutto, applicata con crescente disinvoltura dall\u2019Esecutivo, al centro come alla periferia, a nome di un condivisibile desiderio di efficienza, \u00e8 ormai norma di malgoverno in Italia. Essa non ha tuttavia nulla a che vedere con il metodo americano, chiamato in causa a sproposito dal connivente politologo d\u2019area. Quell\u2019in-outer system (dentro-fuori) non \u00e8 solo di breve durata, come dice il nome, ma \u00e8 anche contenuto. \u00c8 stato messo in opera, con chiare regole del gioco, per consentire, a ogni cambio di Amministrazione, di rinnovare i principali incarichi nelle istituzioni. Tale sistema, oltre ad assicurare lealt\u00e0 politica all\u2019Amministrazione, favorisce con trasparenza l\u2019ingresso nelle istituzioni per breve periodo di esponenti di qualit\u00e0. L\u2019infiltrazione politica nella nostra amministrazione \u00e8 tutt\u2019altra cosa: l\u2019Esecutivo pu\u00f2 attuare senza troppi problemi e senza alcuna trasparenza la penetrazione capillare e anche permanente nella Pubblica Amministrazione, non a fini di governo bens\u00ec di un potere che pu\u00f2 perpetuarsi anche oltre la sua stessa sopravvivenza.<br \/>\nSe alla crescita di potere dell\u2019Esecutivo si associa l\u2019impropria simbiosi con le istituzioni, quel potere invisibile che tanto preoccupava gli Stati Uniti nel XIX secolo pu\u00f2 riemergere in deteriore versione italiana. In teoria, sarebbe di relativo conforto la constatazione che la litigiosit\u00e0 della maggioranza, oggi sotto gli occhi di tutti, impedirebbe l\u2019asservimento delle istituzioni. Ma non \u00e8 affatto detto che debba essere sempre cos\u00ec. Non solo la litigiosit\u00e0 interna alla maggioranza, e fra essa e l\u2019Esecutivo, si attenua quando si deve spartire surrettiziamente il potere, ma altri Esecutivi potrebbero essere appoggiati da una maggioranza non conflittuale.<br \/>\nVi \u00e8 quindi il rischio che si stabilisca e si consolidi un patto improprio fra<\/p>\n<p>Governo e istituzioni per cui il primo, secondo un conveniente e pragmatico do ut des, soddisfa le esigenze corporative delle seconde ottenendo in cambio una fedelt\u00e0 ad personam che travalica i limiti degli obblighi istituzionali. Il numero eccessivo di personale di scorta a personaggi politici e il loro eccesso di zelo, mai adeguatamente contenuti dalle stesse istituzioni, \u00e8 solo un aspetto minore di questo criticabilissimo rapporto. Se esso si esasperasse oltre ai gi\u00e0 poco accettabili attuali limiti sarebbe surrettiziamente compromesso un importante aspetto della separazione dei poteri, procedendo pi\u00f9 speditamente nella trasformazione dello Stato in meccanismo di potere. In Italia, ove eccede l\u2019attenzione per l\u2019effimero e la routine della politica mentre scarseggia quella verso ruoli e comportamenti delle istituzioni, il discorso pu\u00f2 farsi pericoloso.<br \/>\nQuando, anche a sproposito, si parla di rischio di regime s\u2019ignora che esso non ha modo di affermarsi ed esistere senza il sostegno delle istituzioni e solo quando quel sostegno \u00e8 assicurato i rischi sono crescenti e reali. Anche per questo Mussolini \u00e8 riuscito a governare per un ventennio senza problemi. Oggi, una volta soddisfatti gli interessi corporativi delle istituzioni o anche solo dei loro vertici ed essersele in tale modo asservite, l\u2019Esecutivo non avrebbe difficolt\u00e0 n\u00e9 obiettivi limiti ai propri appetiti di potere. Anche se quelli delle istituzioni dovessero crescere troppo, il prezzo da pagare sarebbe comunque molto inferiore al potere che con la loro acquiescenza sarebbe acquisito con un rapporto costo\/beneficio che migliore non potrebbe essere. Peraltro, con istituzioni sane, competenti e autonome, cio\u00e8 non sottomesse n\u00e9 complici, la metastasi della corruzione della Prima Repubblica non si sarebbe verificata. La paternalistica supponenza di alcuni esponenti politici e la docile sottomissione di esponenti delle istituzioni \u00e8 un sintomo di un preoccupante malessere.<br \/>\nSi potrebbe a questo punto obiettare che non c\u2019\u00e8 da temere che una democrazia degeneri in chiave autoritaria poich\u00e9 i cittadini nelle elezioni possono sottrarre consenso a chi non lo merita e darlo a chi invece fa mostra di meritarlo. Ma ci\u00f2 non tiene conto del fatto che l\u2019elettore non ha modo di valutare il candidato che \u00e8 chiamato a votare, e pu\u00f2 quindi sbagliare, ma soprattutto non \u00e8 in condizione, posto che lo voglia fare, di verificare la congruit\u00e0 di comportamento dell\u2019eletto una volta salito al potere. E, quando le istituzioni sono complici del potere politico, una democrazia si pu\u00f2 trasformare progressivamente in regime, esercitando un potere arbitrario, assoluto, capillare, con l\u2019inconsapevole consenso dei cittadini. Il desiderio di ciascuno di assicurarsi una migliore qualit\u00e0 della vita e la molteplicit\u00e0 dei problemi personali predispongono inconsapevolmente i cittadini verso un dispotismo paternalista. La rassegnazione non \u00e8 forse un vizio tipicamente italiano?<br \/>\nSu questa evenienza, cos\u00ec s\u2019esprime Tocqueville: \u201cIl potere estende il suo braccio su tutta la comunit\u00e0, la vincola con una rete intricata di regole, minute e uniformi, che neppure le menti pi\u00f9 acute e i caratteri pi\u00f9 forti possono penetrare. .La volont\u00e0 di ciascuno non \u00e8 frantumata ma ammorbidita ;non si chiede a ognuno di agire ma piuttosto gli si impedisce di agire. \u00c8 un potere che non distrugge ma che mortifica l\u2019esistenza; non tirannizza ma schiaccia, snerva, istupidisce e spegne la gente, finch\u00e9 la nazione non \u00e8 ridotta al rango di un gregge in cui il governo \u00e8 il pastore\u2026 n\u00e9 si pu\u00f2 credere che un governo liberale, saggio ed energico, possa venire fuori per volont\u00e0 di un popolo asservito\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Lezione della Scuola di Liberalismo di Milano &#8211; 27 marzo 2000 Il mio intervento non sar\u00e0 di tipo accademico ma piuttosto una chiacchierata fra liberali, fatta un po\u2019 di teoria e un po\u2019 di pratica. 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